il racconto
In questo blog (ammesso che possa essere chiamato così) troverete il racconto che io (Thalionwen) e Alanassori stiamo scrivendo assieme, a quattro mani. Niente di speciale, ma come si dice: non si può impedire ad un uccello di volare, e nemmeno ad uno scrittore di scrivere!

Siate comprensivi, mi raccomando!! E se vi annoiate, non sbadigliate troppo! ^^

la storia
In corso d'opera!! ^^

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i protagonisti

Malinorne: Giovane orfano dalle umili origini alla ricerca del senso della propria esistenza. Basterà soddisfare la vocazione di una vita a realizzare quella di Malin? Cosa nasconde nel proprio cuore il ragazzo dagli occhi bicromi?

Età: imprecisata, ma attorno ai 18/20 anni.

Sesso: uomo
Razza: Umana 
Descrizione -
- Fisica: Alto ma di statura normale per la sua età e la sua costituzione. Ha i capelli lunghi tenuti sempre legati strettamente in code di cavallo o trecce, castano chiari. Ha un occhio di colore verde, l’altro azzurro (destro o sinistro non so, al momento non ha nessuna importanza, n.d.r.). La pelle è chiara, non bianca, ma più chiara del normale e sul mento porta una timida barbetta ispida. Sulla guancia sinistra ha una cicatrice verticale come ricordo del rogo che ha ucciso i suoi famigliari quando era piccolo. Ha un corpo snello, da persona sempre in movimento ma comunque temprato da una vita povera di comodità e di agi. Veste spesso con una tunica corta verde e color ruggine, stretta in vita da una cintura, e brache strette alle gambe da lacci di cuoio grezzo. Porta anche un paio di stivali consunti, forse di secondo possesso. Non ha nessuna abilità predominante, se non quella di correre velocemente e di essere rapido e sicuro nello svolgere ogni tipo di mansione. 

- Psicologica: Si tratta di una persona abituata alla dura vita dei boschi ed al lavoro dei campi. Ha sempre vissuto nella povertà in cui vivono i suoi tutori e non conosce altra vita se non quella dei contadini. Non ha mai visto una grande città e non sa comportarsi in modo differente da come si confronta verbalmente e fisicamente con chi conosce all’interno del suo villaggio, quindi sa poco anche di tutto ciò che si trova oltre il mondo contadino in cui ha le sue origini. E’ un ragazzo docile, ma non ama la compagnia: la morte prematura e violenta dei genitori lo ha spaventato e racchiuso in se stesso, ottenebrandolo e intimorendolo. Non ha terrori di sorta, e l’unica cosa che teme davvero è il fuoco (per ovvie ragioni, oserei aggiungere, n.d.r.). Il suo grande sogno è quello di lasciare il villaggio e di compiere un viaggio di apprendistato al fianco di un Cavaliere che li insegni il mestiere delle armi. 

- Sociale: E’ figlio di guardaboschi, ma sono stati dei contadini ad allevarlo assieme alla sorella dopo la morte dei genitori. Povero, non conosce altro che la povertà e non anela a nessuna ricchezza materiale (per ora, n.d.r.). Possiede poco, per non dire che di sua proprietà sono solo gli abiti che indossa. Viaggia sempre a piedi, non possedendo un cavallo.

Famiglia: Il padre e madre sono morti in un rogo avvenuto nel cuore del villaggio in cui viveva quando era solo un bambino. Ha una sorella più grande di lui di quattro o cinque anni, molto bella e sposata con alcuni bambini. Lo ha accudito fin dalla morte dei genitori e fa capo a lei per ogni bisogno, dal momento che la considera come l’unico caposaldo di ciò che rimane della sua famiglia. Ha anche alcuni altri parenti, come zii e cugini, ma nessuno di rilevante importanza o che abbia mai svolto un ruolo fondamentale nella sua vita. 

Storia: Nasce da una famiglia povera in un villaggio immerso nel verde, al limitare di un grande bosco. Sua sorella di cinque anni lo vede venire al mondo e subito prova per lui una tenerezza straordinaria, persino per essere una sua parente così stretta, e ci si affeziona da subito. Malin cresce in un ambiente felice ed onesto, seguito nei primi anni di vita dalle cure affettuose della madre, ma poi dai bruschi e ligi insegnamenti del padre, che vede in lui qualche cosa di fuori dal comune. Nato con gli occhi di due colori diversi, nel villaggio dove ha i natali è additato come una creatura straordinaria, che porterà prosperità e felicità alla sua gente effettuando qualche imprecisata opera sovrumana. Ma Malin non rivela al momento nessuna attitudine particolare, ed ozia volentieri coi suoi coetanei. All’età di cinque o sei anni, però, un pericoloso incendio divampa all’interno del villaggio dove vive mentre lui si trova nel bosco, durante una scorribanda giovanile assieme ai suoi amici d’infanzia. Al suo ritorno trova la sua casa diroccata ed incenerita, e tra le rovine ed i tizzoni ancora ardenti cerca affannandosi i corpi dei genitori che teme siano rimasti vittime del disastro. Infatti, dopo ore di estenuante ricerca condotta da solo senza l’aiuto di nessuno dei suoi conoscenti, ferendosi profondamente alle braccia ed al viso (da qui la cicatrice sulla guancia), trova come temeva i corpi della madre e del padre divorati dalle fiamme. Da questo momento Malin si racchiude in se stesso ed inizia a diffidare della bontà della gente, dapprima di quella stessa gente che, pur abitando accanto alla sua casa, non ha fatto nulla per salvare i suoi genitori dalle fiamme di quell’incendio. In seguito cresce tra le cure della sorella, tutto ciò che era rimasto della sua famiglia, e di una coppia di contadini che si incaricano di crescerlo fino alla maggior età. In questo lungo lasso di tempo Malin si occupa della mansione di guardaboschi lasciata vacante dalla morte del padre e si aliena spesso da tutto ciò che li accade attorno, passando lunghe giornate nel bosco adiacente al villaggio. Diventa un valente cacciatore e sviluppa una propensione atletica per la corsa che lo lascia senza rivali. Quando la sorella compie una ventina d’anni si sposa con un giovanotto del villaggio e va a vivere con lui, lasciando Malin solo nella casa della coppia di contadini, suoi tutori. Col passare del tempo e l’aggravarsi della sua malinconia interiore, dissimulata spesso da sorrisi forzati e parole dolci dette senza l’intento, matura il desiderio di lasciare presto il villaggio, non appena divenuto uomo, alla ricerca di un Cavaliere che l’insegni l’arte della spada e lo ordini suo scudiero o, magari, lo istruisca affinché possa diventare guerriero per poter viaggiare di villaggio in villaggio nella speranza di allontanarsi il più possibile da quello dove sono morti i suoi genitori e dove ha abbandonato la sua lontana infanzia.

Alanassori: Promettente incantatrice mezzelfo. Al collo porta un pendaglio dalla strana foggia e dagli strani poteri. Che si tratti di una creatura magica che ha tra le mani le sorti del mondo, o di una ragazza qualunque?

Età: Età adolescenziale, 23 anni.

Sesso: Donna
Razza: Mezza umana Mezza Hirathal(Elfa alta) 
Descrizione -
- Fisica: Di media statura, la ragazza è alta all’incirca 1,7 metri. Il suo volto dai tratti leggermente allungati ospita delle labbra di un rosa delicato e due occhi leggermente a mandorla color ametista. Il viso è incorniciato da fluenti capelli neri con scuri riflessi viola scuro. La sua carnagione è molto pallida, come quella degli elfi alti. Snella e dalla corporatura fragile, spesso porta una veste da viaggio blu stretta in vita con una fascia bianca, così da lasciar intravedere le sue forme delicate ed un mantello verde smeraldo, colori del suo ordine sacerdotale. La ragazza porta anche un pendaglio in vetro a forma di goccia che sembra avere all’interno una piccola quantità d’acqua che pare scintillare e vorticare senza alcuna sollecitazione. 

- Psicologica: Ragazza cresciuta nella scuola di incantatori di Sheala, la dama delle acque. Conosce il mondo esterno solo grazie ai suoi studi. Istruita ed intelligente, la ragazza ha un comportamento gioviale e disinibito. Essa spesso usa i fondamenti della magia elementale per impressionare chi le sta accanto e tenta di essere sempre al centro dell’attenzione, molto fiduciosa nelle sue capacità, fin troppo spesso guarda le persone dall’alto al basso e tende a non mostrare loro il dovuto rispetto, pur senza essere veramente malvagia. 

- Sociale: Adepta della scuola della magia elementare dell’acqua, la ragazza è stata lasciata lì dalla famiglia quando era molto giovane, da allora non ha più avuto loro notizie. Possiede solo quello che indossa, oltre a diversi tomi che tiene nella sua stanza ed un ciondolo veramente strano. 

Famiglia: La ragazza non ricorda quasi nulla dei suoi genitori, a parte che l’elfo alto era suo padre. Da quando è stata “abbandonata” alla scuola è stata cresciuta dagli alti incantatori di Sheala, divenuti ormai la sua famiglia. La sua indole ribelle l’ha portata ad essere emarginata dagli altri studenti incantatori. Da qualche anno ha cominciato a provare l’impulso di cercare i suoi veri genitori. 

Storia: Nata da una famiglia mista di incantatori, padre elfo alto e madre umana, è stata lasciata dalla famiglia nelle mani dei maestri incantatori. Da allora Alany è stata istruita nella manipolazione delle forze elementali della natura. Rivela una spiccata attitudine nel controllo delle forze elementali dell’acqua. E’ una incantatrice promettente, ma non ha avuto ancora alcuna esperienza del mondo esterno e negli ultimi giorni ha espresso agli alti incantatori il desiderio di cercare i suoi genitori, ma essi le hanno proibito di uscire dalla scuola con tanta insistenza da destare in lei il sospetto che nascondano qualcosa. 

 

le razze

Umani

Gli umani sono la razza più diffusa nella regione di Imarna. Essi nella regione compongono una coalizione di città stato che mantiene una fragile pace con le terre circostanti e tra le città stesse. Gli umani sono una razza civilizzata che non presenta particolari propensioni verso la bontà o la malvagità. La loro capacità nella magia è notevole, la loro vita breve nei confronti delle altre razze li rende particolarmente adattabili ad ogni situazione, anche se spesso non trattano gli avvenimenti con lungimiranza. 

 

ELFI 

Elfi Alti 

Gli elfi alti sono una razza longeva di creature molto inclini alla magia. Gli elfi alti vivono nella regione tropicale a Sud de Imarna in un regno insulare caratterizzato da un uso quasi smodato della magia. Il loro regno è una magocrazia al cui apice vi è la regina Eldria Leithsil, una potente e saggia incantatrice elfica. Gli elfi alti sono una razza orgogliosa e raramente stringono alleanze con i popoli “inferiori”, tra questi anche le altre razze elfiche.

  Descrizione fisica: gli elfi alti sono in prevalenza esili e longilinei, i maschi sono solitamente alti all’incirca 1,90 metri, le femmine sono poco più basse. Tutti gli elfi alti hanno una carnagione molto chiara le cui tinte variano dal rosa molto pallido ad una sfumatura dorata. Gli occhi sono spesso azzurri o verdi, ma occhi di altri colori insoliti come rossi o viola, seppur rari, esistono, qualunque sia il loro colore, sembrano quasi brillare nel buio. I capelli sono in prevalenza biondi, anche se possono variare verso il rosso o anche verso l’argento. Gli elfi alti non hanno né barba né baffi.

 Comportamento: gli elfi alti sono una razza altezzosa ed orgogliosa. Essi raramente stringono amicizie con membri delle altre razze, anzi raramente stringono amicizie. Presuntuosi fino alla nausea. Naturalmente esistono delle eccezioni.

  Elfi Silvani 

Gli elfi silvani sono cugini degli elfi alti, ma la loro razza si è evoluta in maniera radicalmente diversa: lontani dalle vie della magia arcana, essi hanno costruito la loro civiltà seguendo le vie della natura. Essi vivono nel folto delle foreste in piccoli insediamenti costruiti sugli alberi più alti e quasi perfettamente mimetizzati alla vista di chi non appartiene alla loro razza, questo mascheramento potrebbe essere anche di natura magica. Gli elfi silvani non hanno un unico sistema di governo, più che altro vivono in comunità separate le une dalle altre e di conseguenza ognuna di queste comunità ha sviluppato degli usi e costumi propri. Molti elfi silvani non si avventurano oltre la loro foresta, ma alcuni hanno deciso di fare da tramite tra la loro razza ed il mondo esterno, spesso questi elfi sono mercanti o artigiani.

  Descrizione fisica: più bassi dei loro cugini, gli elfi silvani sono alti all’incirca come gli umani, robusti e dalla carnagione che varia dal mulatto al verde scuro, spesso portano i capelli lunghi legati in code di cavallo o semplici trecce. Nella loro cultura è diffuso l’uso dei tatuaggi rituali e magici. I capelli variano dal castano scuro ad un profondo verde, così come gli occhi, che raramente però possono essere anche azzurri o grigi. Gli elfi silvani non hanno né barba né baffi. 

Comportamento: a prima vista possono sembrare selvaggi, ma in realtà sono una razza molto intelligente che segue una filosofia che li porta ad un contatto quasi totale con la natura. Diffidenti nei confronti delle altre razze, essi possono diventare fedeli e potenti alleati una volta guadagnata la loro fiducia. 

Elfi dei Ghiacci 

Gli elfi delle nubi sono la razza più enigmatica mai esistita. Di questi elfi si sa poco e quel poco che si sa è ritenuto leggenda. Nessuno ha mai visto un membro di questa razza che vive in un regno costruito sulle più alte vette del continente e sugli immensi ghiacciai. Essi vivono in stupende dimore di cristallo e ghiaccio, scolpite con la forza delle braccia e della magia e nascoste al mondo dalle nubi che costantemente avvolgono i confini delle loro terre. Essi hanno stipulato un’alleanza millenaria con i draghi blu con i quali condividono il territorio. Sebbene lontani dagli avvenimenti che coinvolgono le altre razze, essi non sono però insensibili a ciò che accade nel mondo. Tramite mezzi magici e divinatori mantengono un occhio vigile sul mondo, forse per intervenire quando il bisogno è impellente o forse per pianificare una guerra. La loro razza, benché sparsa in vari insediamenti è comunque compatta sotto il controllo di un consiglio di nobili, capeggiati dall’imperatore Ardan Marbraema, a cui tutto il popolo e ciecamente devoto. 

Descrizione fisica: torreggianti, gli elfi dei ghiacci superano i due metri di statura, la loro corporatura è esile, ma allo stesso tempo molto resistente. La loro pelle assume delle tinte che variano dal bianco all’argento, al ghiaccio. I loro occhi sono bianchi e senza pupille, ma esistono rari casi in cui un elfo dei ghiacci nasca con gli occhi completamente azzurri, segno di grandi imprese future. I capelli sono bianchi o argento e li portano spesso lunghi e con elaborate, ma sobrie acconciature. Gli elfi dei ghiacci non hanno né barba né baffi.

 Comportamento: gli elfi dei ghiacci sono principalmente degli spassionati osservatori, estremamente intelligenti ed abili in tutto ciò che fanno, sono ligi al loro imperatore. Studiosi per natura, quasi non conoscono il concetto di fretta e di tempo limitato, anche se nei momenti di bisogno impellente sanno essere rapidi e precisi nei loro compiti. Spesso usano mezzi magici per scrutare nel futuro, cosa questa che può causare una pericolosa paranoia. 

 

NANI E GNOMI 

Nani di Montagna 

I nani di montagna Sono una razza gioviale di scavatori, costruttori ed abilissimi artigiani. Amanti della birra e delle zuffe da taverna, nei secoli sono divenuti una razza potente ed orgogliosa. La maggior parte di loro vive in un’immensa città scavata all’interno di una montagna e sotto le terre circostanti. L’entrata della loro città è nascosta a tutti coloro che vivono nel mondo esterno e si pensa che oltre tali porte si nascondano meraviglie e tesori di impensabile valore e bellezza. In parte questo è vero, infatti i nani sono riconosciuti come i migliori minatori ed artigiani della pietra e del metallo in circolazione, le loro dita tozze sembrano quelle di un musicista quando devono forgiare e rifinire armi, armature e gioielli. La loro città sotterranea, o meglio dire un intero stato è capeggiato da un imperatore eletto dal consiglio dei capi dei clan nanici, chiamati Thane. Odiernamente i nani della montagna sono sotto il comando dell’imperatore Khuzad Feluk-Zirun (martello di fiamme) egli è un monarca illuminato che valorizza gli scambi commerciali e culturali con le altre razze.

  Descrizione fisica: i nani della montagna sono bassi e molto robusti, solitamente non superano il metro e trenta. I maschi portano delle lunghe barbe lisce intrecciate in nodi che hanno la funzione di mostrare la loro appartenenza ad un clan. Barbe e capelli possono variare dal biondo oro e tutte le sfumature della roccia e dei metalli, la pelle è scura e può raggiungere le tonalità del bronzo. Gli occhi sono in prevalenza marroni o neri.

 Comportamento: orgogliosi di ciò che la loro civiltà ha ottenuto attraverso i secoli, non sono però i tipi da adagiarsi sugli allori, industriosi ed infaticabili, i nani possono a volte essere burberi, ma diventano inseparabili amici o pericolosi nemici dopo qualche, in verità molte, pinte di birra. Sono comunque sospettosi nei confronti delle razze della superficie e guardano le loro città con occhio di sufficienza: “una vera città va costruita verso il basso!”. 

Nani di Collina 

I nani di collina erano in principio un clan dei nani di montagna, che però sotto il consiglio del loro Thane ha deciso di lasciare la montagna per vivere sulla superficie. Essi vivono sia nelle terre circostanti la montagna dei loro cugini, sia negli insediamenti umani dove si sono integrati quasi perfettamente. Essi sono e rimangono un popolo fiero e nonostante la loro diffidenza verso i nani di montagna, ricambiata da questi ultimi, mantengono dei rapporti commerciali con i loro confratelli. Come loro sono abili artigiani, ma specializzati nella lavorazione del legno. 

Descrizione fisica: molto simili ai loro cugini sotterranei, i nani di collina differiscono praticamente solo per il colore della pelle, molto più chiara, e nell’altezza, infatti essi possono raggiungere il metro e mezzo. Meno robusti, sono però molto più abili dei loro cugini quando si tratta di muoversi nel mondo esterno. 

Comportamento: orgogliosi e testardi come i loro cugini, il loro comportamento è molto simile, ad eccezione del fatto che non condividono il sospetto che i loro cugini portano nei confronti delle razze di superficie, anzi, è molto più probabile per loro avere degli amici tra le altre razze che tra gli altri clan dei nani. Grandi bevitori e gioviali per natura, quando stringono un’amicizia, spesso è per tutta la vita. 

Gnomi

  Si vocifera che questa razza sia in un qualche modo imparentata con quella dei nani, anche se essi negano categoricamente ogni rapporto di parentela. Gli gnomi sono una razza che si trova a suo agio nelle città e non ha una patria propria, infatti essi vivono in piccoli gruppi mescolati con gli umani ed i nani ed in piccole comunità vicine comunque ad insediamenti più ampi di altre razze. Amanti del divertimento e del mistero si dilettano di trucchetti ed incantesimi di illusione. 

Descrizione fisica: più simili agli umani che ai nani, sono però molto bassi, infatti raramente raggiungono il metro di altezza, la pelle, i capelli e gli occhi variano nelle stesse tonalità che hanno gli umani o i nani di collina. Solitamente sono molto esili e dalla corporatura fragile.

 Comportamento: gli gnomi sono una razza molto attiva, adorano gli scherzi e l’indagine di tutto quello che non conoscono. Molto curiosi, ficcano il naso in qualsiasi cosa, fino a diventare importuni, ma nonostante tutto, gli gnomi sono una razza che è molto ligia al proprio lavoro e quando devono fare le cose seriamente non si tirano mai indietro. 

 

MEZZELFI 

Mezzelfi Alti 

I mezzelfi alti sono il risultate dell’unione tra umani ed elfi alti, sono molto rari in quanto molto raramente gli elfi alti si mescolano agli umani ed ancor più raramente i pregiudizi vengono vinti da parte di entrambe le razze. I mezzelfi sono ben accolti tra gli umani, anche se alcuni di loro li guardano con occhio sospettoso. 

Descrizione fisica: i mezzelfi sono quasi uguali ai propri genitori umani, ma mantengono alcuni tratti del loro retaggio elfico, come ad esempio alcuni lineamenti del viso, le orecchie apuntite, il colore degli occhi o dei capelli, che sono sempre e comunque lisci. Ai mezzelfi non crescono né barba né baffi. 

Comportamento: il loro comportamento è praticamente uguale a quello degli umani a parte il fatto che si sentono diversi da coloro che non sono mezzo sangue come loro, posseggono anche un’innata abilità nella magia arcana. 

Mezzelfi Silvani

  I mezzelfi silvani sono il frutto dell’unione degli elfi silvani e degli umani che hanno deciso di vivere negli insediamenti elfici. La maggior parte di loro vive negli insediamenti dove sono nati, ma alcuni si avventurano anche nelle terre degli umani per scoprire l’altra parte del mondo da cui discendono. 

Descrizione fisica: i mezzelfi silvani sono il corrispettivo silvano dei mezzelfi alti. 

Comportamento: come i mezzelfi alti, eccezion fatta per la loro attrazione verso tutto ciò che è natura nelle sue infinite forme.  

 

 
Segnalibro
capitolo 1
capitolo 10
capitolo 11
capitolo 12
capitolo 13
capitolo 14
capitolo 15
capitolo 16
capitolo 17
capitolo 18
capitolo 19
capitolo 2
capitolo 20
capitolo 21
capitolo 22
capitolo 23
capitolo 24
capitolo 25
capitolo 26
capitolo 27
capitolo 3
capitolo 4
capitolo 5
capitolo 6
capitolo 7
capitolo 8
capitolo 9
extra - fumetto


Gli autori
 

Thalionwen: 19 anni, studio informatica all'università. Scrivo a perdita di tempo e mi piace reinventare spesso me stessa. Non sopporto le critiche che non siano costruttive e quelle maledette persone che mettono i bastoni tra le mie ruote. Leggo manga a volontà e guardo tanti cartoni animati, l'unica cosa che trovo di buono da guardare per tv. coltivo volentieri la mia fantasia leggendo libri e disegnando tanto. Sono e sarò sempre un'eterna bambina nei panni di una donna scorbutica e leggermente impacciata.

 

Alanassori: 20 anni, studente alla facoltà di fisica ed astrofisica. Da sempre affascinato dagli sconfinati universi della fantasia e della fantascienza. Adoro riposarmi e passare il tempo sul divano a giocare con i più svariati giochi di ruolo, ascoltare musica classica e metal, possibilmente gustando qualcosa di dolce. Silenzioso osservatore, non sopporto l’ipocrisia e la falsità tipica dell’essere umano.

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  lunedì, 12 gennaio 2009 // un continente di ghiaccio
Alanassori • 16:23
in : capitolo 27


I superstiti della Miranda erano sì vivi, ma in pessime condizioni. Contusi, feriti e mezzi assiderati, l’eccitazione iniziale per essersi salvati aveva lasciato spazio al gelo pungente dell’acqua marina che aveva infradiciato i loro vestiti e si stava lentamente congelando aiutata dal vento che spazzava la spiaggia. Alany dovette abbandonare a mal in cuore le ricerche del giovane che aveva conosciuto subito prima di quella tragedia per prestare aiuto ai superstiti accendendo fuochi magici per riscaldarli e asciugare i loro vestiti, oltre che i suoi. Thor e Jaina si stavano rendendo utili anche loro portando ordine tra i reduci, aiutati anche dal capitano Sealweed che probabilmente vedeva in quei marinai malandati tutto ciò che rimaneva della sua adorata nave. Mentre si occupava dei naufraghi, la ragazza aveva chiesto informazioni riguardo al “giovane dagli occhi diversi” ma tutto quello che riuscì ad ottenere fu che era stato imbarcato nel loro stesso giorno come mozzo e che quella donna che lo accompagnava passava come sua sorella. Ma non quadrava quasi nulla, come poteva un semplice mozzo possedere una spada di ottima fattura e maneggiarla come un soldato, anzi meglio di un soldato? E quel rettile che aveva sfondato le assi della poppa della nave per sparire volando? Sembrava un drago, ma la cosa sarebbe stata per lo meno assurda e poi aveva visto dei draghi solo nelle incisioni dei suoi libri, negli affreschi e nei mosaici della sua accademia.

 

Preoccupata passò le dita infreddolite sulla superficie della Goccia, Thor non sapeva ancora che l’aveva liberata, né era a conoscenza del fatto che avesse preso una vita ed una coscienza proprie, basate su quella della ragazza che la stava portando al collo. Il cristallo pulsava ritmicamente sotto le vesti da viaggio, pesanti sì, ma non abbastanza da immunizzarla dal freddo, acuito dal vento gelido che come una pioggia di pugnali penetrava fin nelle ossa di chiunque avesse la sfortuna di porsi sul suo passo. Se fossero rimasti lì più a lungo di un ora o due i sopravvissuti non sarebbero rimasti tali a lungo, il sole non portava alcun calore ai naufraghi e sebbene i loro vestiti si fossero asciugati, la metà di loro tremava convulsamente a ancora di più cominciavano ad avere un malsano colorito cianotico. Presto il capitano Sailweed riportò nei ranghi i propri marinai superstiti e aveva dato inizio ad una marcia che oltre a scaldare i muscoli infreddoliti li avrebbe portati più vicini all’insediamento, che fortunatamente distava solo mezza giornata di viaggio ed era ben visibile grazie ai pennacchi di fumo che salivano nel cielo in volute contorte spazzate dal vento.

 

La sabbia semicongelata della costa crepitava sotto gli stivali della decina di superstiti, Alany camminava insieme a Jaina e Thor avanti e indietro per la colonna di gente prestando aiuto, magico e non, a chiunque ne avesse bisogno. La ragazza era comunque assorta nei suoi pensieri, anche se le sue elucubrazioni per dare un senso alle ore precedenti non avevano dato alcun frutto. I suoi piedi non le chiedevano pietà solo perché erano troppo intirizziti dal freddo per essere sensibili al dolore, così come gran parte del suo corpo. Quando la comitiva giunse all’insediamento, i residenti erano già pronti a riceverli avvertiti dagli equipaggi delle due navi che si erano salvate. Alany fu soccorsa da un gruppo di persone che sopra i pesanti vestiti di pelliccia sfoggiavano le insegne dell’accademia di Sestia, lei e Thor furono condotti, o meglio trascinati a peso perché a stento riuscivano a stare in piedi, in una costruzione in legno, spogliati dei loro vestiti in camere separate e rivestiti con calde pellicce erano stati infine fatti sedere di fronte ad un focolare con immersi mani e piedi in una tinozza di acqua riscaldata. La sensazione del sangue che riprendeva a scorrere sotto la pelle attutiva il dolore ed il disagio degli arti che riprendevano sensibilità. Il resto della giornata la mezzelfa ed il suo vecchio mentore lo trascorsero a scaldarsi al fuoco, la loro cena consisteva in carne stufata accompagnata da qualche verdura cotta assieme alla carne. La ragazza non proferì parola per tutto il tempo, rifuggì le domande dei suoi colleghi scuotendo la testa e presto smisero di importunarla. Era esausta e non aveva intenzione di tornare a rivivere i momenti terribili di quella giornata. Quando la notte calò sull’accampamento i due naufraghi non si mossero dai loro posti a sedere di fronte alle braci ardenti che soffiavano le loro volute di fumo su per la canna fumaria.

 

Tra la veglia ed il sonno Alany ruppe il suo silenzio, rivolta al suo vecchio maestro:

<Pensi che possa essersi salvato?> volse i suoi occhi scuri che scintillavano di lavanda alla luce delle braci verso l’uomo <Il giovane che ha ucciso quel mostro intendo, pensi che sia ancora vivo?>

L’uomo si volse a guardare la sua allieva di un tempo <Difficile, anche se non fosse annegato probabilmente starà congelando… Mi dispiace per quel ragazzo, era pieno di coraggio e di potenziale. Di sicuro dietro quegli occhi non si nascondeva un mozzo> una scintilla sulla guancia della ragazza catturò l’attenzione dell’uomo <E’ una lacrima quella che vedo?>

La ragazza si ripulì prontamente la guancia e si volse dall’altra parte, terminò la conversazione con un laconico <Buona notte>.

 

Quando Alany riuscì ad addormentarsi non si trovò come sperava all’interno di un sogno di evasione dalla realtà, ma in quella che sembrava essere una realtà del tutto diversa da tutto quello che aveva sperimentato nella sua vita. Scintillanti e vividi colori si intersecavano in flussi talvolta armonici e talvolta caotici, formavano reticoli, nodi e sagome che vagamente ricordavano la stanza in cui si trovava, molti flussi color oro e carminio confluivano dove sarebbero dovute essere le braci, tutto attorno il verde si fondeva con il bianco e l’azzurro. Allo scenario mancavano sia lei che Thor, ma era presente una figura femminile che Alany aveva imparato a conoscere. I capelli rossi ondeggiavano attraversati da quei flussi di energia e la figura pareva estasiata nell’immergersi in quella luce così cangiante e suggestiva da lasciare la mezzelfa completamente esterrefatta e ammutolita. Quasi per caso l’entità posò il suo sguardo sulla ragazza e ritrovò immediatamente una compostezza quasi marziale, in risposta i flussi cangianti di energia si acquietarono dando una forma più definita alla stanza.

L’alterego della mezzelfa chinò il capo in atteggiamento umile, i suoi capelli rossi le scivolarono sul volto in due ciocche fiammanti. La sua voce era calma e da essa traspirava una certa preoccupazione, forse dovuta al legame empatico che la legava alla ragazza <Perdonami, mi stavo inebriando con la magia di questo luogo. Qui puoi vedere come o percepisco l’ambiente in cui mi trovo… E’ molto più bello dell’oscurità di quell’astuccio, non trovi?> Alany non sapeva che rispondere, si sentì d’un tratto in colpa. L’entità si avvicinò alla ragazza e le accarezzò la guancia <Riesco a leggere nel tuo cuore, lo sai, e quello che vedo è una profonda tristezza. E’ per questo che ti ho chiamata…> l’accompagnò a sedere dove nella realtà lei e Thor erano seduti <Abbiamo combattuto insieme ed insieme a quel giovane ragazzo. Un tipo davvero avvenente tra l’altro> strizzò l’occhio alla ragazza <Ma perché quando pensi a lui provi un profondo senso di mancanza? Perché sei così triste?>

Alany chiuse gli occhi, dalle sue palpebre sgorgarono due lacrime che scivolarono lente lungo le sue guance, fino a sotto il mento, quando rispose la sua voce celava a mala pena una crisi di pianto imminente <Lui… Lui… E’ morto…>

L’espressione dell’alterego si fece sorpresa, la genuina sorpresa di un bambino davanti a qualcosa che non comprende <Non capisco… Cosa vuol dire? Cos’è la… morte?>

Alany sbuffò per ricacciare indietro le lacrime <Noi… Abbiamo un’esistenza limitata, la nostra vita ha un inizio ed una fine che non può essere evitata. Non so come spiegartelo, per noi è un concetto scontato, insomma… Sappiamo che prima o poi cesseremo di esistere in questo mondo. Temiamo la morte, ma la accettiamo come inevitabile. Noi piangiamo i nostri morti perché non potremo mai più averli accanto>

Accigliata la figura dai capelli rossi inarcò le sopracciglia dubbiosa <Non sono sicura di aver capito, ma però ho capito che ti senti così male perché non potrai più stare con lui vero?>

Alany rispose scuotendo il capo, ma sapeva dentro di se che quella era la verità, ma perché si sentiva in quel modo? Perché ammirava quel ragazzo, la sua temerarietà nell’offrirsi di affrontare quel mostro uscito dai miti che aveva letto nei tomi pesanti e polverosi dell’accademia, perché i suoi occhi così diversi tra loro avevano attizzato la sua curiosità e ancora di più i segni che uno di essi portava attorno, perché era un giovane bello e affabile che l’aveva avvicinata senza sfacciatamente mostrarsi intenzionato solo a scivolare sotto le sue coperte o forse c’era qualcosa di più? Si rimproverava di avergli permesso di affrontare quella belva che l’aveva trascinato con sé negli abissi gelidi dell’oceano, si incolpava della sua morte, ecco si, doveva essere quella la ragione del suo disagio. Alany chiuse la mente alle altre possibilità non volendole vagliare nemmeno per un momento.

 

La figura dai capelli rossi accarezzò ancora le guance della ragazza con fare rassicurante, asciugò con le dita le sue lacrime e le riordinò una ciocca di capelli che le era scivolata sul naso. Con voce calda e rassicurante cercò di consolare la mezzelfa, anche se il tentativo fu maldestro, Alany riuscì a riprendere il controllo di sé. Ritraendo la mano dal volto della ragazza, l’immagine riprese a parlare <Ti ho portata qui anche per un altro motivo… Io… Non ho un nome e dato che è a te che devo la mia esistenza… Vorrei che me ne dessi uno…>

Alany rimase sorpresa da quella richiesta, è vero, quella che aveva davanti era divenuta una creatura pensante e se non fosse stato per lei sarebbe ancora non più di uno spirito istintuale e per certi versi animalesco racchiuso in una scheggia di cristallo. Non sapeva che rispondere, non si era mai immaginata di dover scegliere il nome per qualcosa che non aveva intenzione di creare, scegliere il nome di una creatura dalle origini talmente antiche da risalire a prima di ogni altra forma di vita ed ora aveva l’onere di dover trovare un nome a questa creatura straordinaria che la vedeva come una madre. Un senso di istinto materno la attangliò come aveva già fatto la prima volta che quell’entità aveva cercato un contatto. Era così confusa, così ignara del mondo degli esseri umani e pericolosamente ingenua. Una creatura conscia del suo potere, ma priva di ogni scrupolo e vincolo culturale. Questa volta fu la ragazza ad accarezzare il volto dell’entità, la sua guancia era calda, come se sotto la pelle ardesse una fiamma inestinguibile, un tepore rassicurante e piacevole. La voce di Alany suonò piena di dolcezza <Non so che nome darti, non è facile perché sarà una cosa che ti accompagnerà attraverso l’eternità e non posso darti un nome qualsiasi…> sospirò vedendo l’espressione abbattuta della figura dai capelli rossi <Non preoccuparti, ti troverò un nome adatto, devi solo darmi un po’ di tempo…>

Quasi come se la fiamma che ardeva dentro di lei esplodesse improvvisamente, la figura si scagliò su Alany facendole perdere l’equilibrio e scaraventandola a terra, le sue braccia strette attorno ai fianchi della mezzelfa e la guancia schiacciata sul suo seno, sorrideva felice e la sua voce sembrava diventata quella di una bambina <Grazie, madre… Grazie!!!>

 

Quella stessa notte una giovane uomo aprì gli occhi solo per vedere attorno a sé l’oscurità totale, prima ancora di poter percepire col tatto o con l’udito l’ambiente attorno a sé per la mente del ragazzo si fece strada l’idea “Sono morto e questo è l’aldilà?“ non riuscì nemmeno a sbattere le palpebre “Che delusione”. Subito giunse un lancinante dolore al petto, un dolore ritmico che si affievoliva e si acuiva, sempre uguale una volta dopo l’altra. Era il suo respiro che facendosi largo nei polmoni li bruciava come se stesse respirando fuoco. Lentamente la consapevolezza del giovane raggiunse anche gli arti e lì si accorse di non riuscire a muoversi, non perché non riuscisse a farlo, ma perché era troppo esausto per poter compiere un qualsiasi movimento. Anche respirare era una fatica quasi insormontabile. “Sono vivo?” Non sapeva se fosse vero o meno, se fosse sopravvissuto alla giornata o se per l’eternità avesse dovuto rimanere cosciente ed immobile nel nulla assoluto. Una sensazione diversa, qualcosa toccava la sua mano destra o meglio, le sue dita erano chiuse attorno a qualcosa, qualcosa di duro e liscio e molto familiare. “La… La mia spada…” Provò a muovere il braccio, ma l’arto non gli rispose. Non aveva nemmeno le energie per sentirsi spaventato dalla situazione, ma sapere che la sua spada era ancora con lui lo rincuorava. Con questo pensiero in testa chiuse gli occhi, più per abitudine che per necessità e sprofondò nel sonno.

Poco lontano da lui una creatura dalle proporzioni immense, la livrea di scaglie cobalto frusciava nei suoi movimenti e gli artigli lunghi come avambracci strisciavano silenziosamente sulla roccia. La creatura posò gli occhi color ghiaccio sulla figura distesa e dormiente e quello che sarebbe potuto essere un sorriso sul volto di un umano prese forma sul muso del drago. Saliackgossa aveva volato tutto il giorno alla ricerca del Naga, assetata della furia irrazionale della vendetta solo per trovare il sangue dell’enorme bestia che chiazzava il mare di viola, i detriti lasciati dal relitto di una nave galleggiavano insieme ad alcuni corpi esanimi. Sulla costa poco lontana un gruppo di naufraghi sopravvissuti stava facendo marcia verso dei pennacchi di fumo appartenenti a dei focolari, tra di loro riuscì a riconoscere la mezzelfa che trasportava con sé il ciondolo di Materia Primigenia. Fortunatamente per Salia nessuno tra i naufraghi sembrava intenzionato a volgere gli occhi al cielo. La sua presenza non avrebbe fatto altro che generare del panico tra persone già stremate e quelle che non fossero morte per il puro terrore sarebbero dovute soccombere all’asprezza di quell’ambiente una volta scappate lungo il panorama innevato lanciatesi in una direzione a caso. Fu questo che le permise di tuffarsi inosservata tra i flutti. Volteggiò una volta sul relitto descrivendo un ampio cerchio nel cielo ed infine puntando con la testa verso l’acqua chiuse le ali sulla schiena ed allineò all’indietro la coda e le zampe. Entrò in acqua come un tuffatore esperto: senza smuovere le onde né fare troppo rumore nonostante la sua stazza considerevole. Sott’acqua lei e la sua razza potevano vedere e respirare altrettanto bene che in aria e l’anatomia delle ali aiutava i draghi azzurri a nuotare con considerevole agilità e velocità, così come la cresta che portavano sulla pinta della coda e le palmature retrattili delle loro zampe. Sott’acqua il sangue del Naga si espandeva come il cono di un vortice, largo in cima scendeva restringendosi e contorcendosi per le correnti sottomarine quasi fino al fondale sabbioso a qualche decina di metri dal pelo del mare. Lì il corpo senza vita della bestia era rimasto congelato nelle contorsioni della sua morte violenta e dolorosa, i pesci spazzini non osavano avvicinarsi a quella belva, quasi avessero paura che riprendesse vita solo per divorarli. Era sul punto di riemergere quando qualcosa attrasse la sua attenzione: tra le fauci della creatura c’era qualcosa. Incuriosita Salia nuotò più vicina e quando fu solo a qualche metro di distanza si avvide che l’oggetto che aveva visto tra le fauci del Naga era un umano, privo di conoscenza e sulla soglia dell’annegamento, congelato anch’egli in una posa tra l’epico ed il grottesco, incastrato tra i denti della creatura e con in mano una spada che passava attraverso il palato del mostro fino al suo cervello. Confidando nell’improbabile il drago si avvicinò al giovane cavaliere e concentrandosi su di lui ne avvertì l’energia vitale, sopita, quasi spenta ma ancora potente e indomita, e diversamente da così non sarebbe potuto essere perché lui era la persona che stava cercando, colui che possedeva la chiave per il futuro. Anche se era ancora vivo non sarebbe rimasto tale a lungo, non senza aiuto, fortunatamente la bassissima temperatura dell’acqua aveva preservato il corpo dai danni dell’annegamento e se curato a dovere non avrebbe avuto nessuna ripercussione duratura. Non fu difficile al drago estrarlo dalle fauci della bestia, la parte difficile fu trovare un luogo appartato dove poter agire magicamente per riattizzare la fiamma della vita di quel giovane, quasi estinta. Trovata una caverna su uno strapiombo a picco sul mare le ci volle almeno un’ora per stabilizzare le funzioni vitali del fragile corpo dell’umano e un’altra ora per portarlo del tutto fuori pericolo. L’abbondante forza vitale che quella pelle coriacea, e lo spirito temprato del giovane racchiudevano avrebbe accorciato la convalescenza fino a portarla al massimo ad un paio di giorni, questo almeno aveva preventivato Salia, anche se come stima pensava fosse un po’ troppo ottimistica.

 

Ora che finalmente era riuscita a riposarsi potè ispezionare meglio il giovane cavaliere, sebbene sarebbe sembrato buio per chiunque, i draghi come i gatti, godevano della capacità di vedere perfettamente anche nell’ombra. Attorno all’occhio del ragazzo si intrecciava appariscente il simbolo magico impressogli dal drago che lei stessa aveva mandato per sorvegliarlo. Alla vista di quello scempio, a stento riuscì a sopprimere un ruggito di irritazione, tuttavia oltre a quello c’era anche qualcosa di più preoccupante: su di lui aleggiava l’inconfondibile odore di un drago, un drago rosso per giunta. A quella scoperta Salia inarcò il lungo collo e ritrasse il capo, i Rossi erano molto territoriali e se uno di loro aveva marcato quel giovane come suo non l’avrebbe lasciato andare tanto facilmente. Ma anche un altro pensiero, un interrogativo che necessitava urgentemente di una risposta, in quale modo assurdo quel giovane avrebbe potuto convivere con un drago fino ad avere con lui un contatto tale da assumere il suo odore? La cosa non aveva senso e si sarebbe potuta rivelare immensamente pericolosa per lei, infatti tra i draghi poco era più pericoloso di un Rosso in preda ad un violento scatto di gelosia. Pensò anche però al fatto che i draghi rossi seppur passionali e non del tutto conformi alla definizione di civiltà degli Azzurri non erano stupidi e forse questo drago rosso in particolare avrebbe ascoltato, ma comunque anche confidando nella migliore delle ipotesi non poteva farsi trovare impreparata ad un incontro potenzialmente letale. Guardandosi intorno studiò l’ambiente cercando il miglior punto di vantaggio da cui attaccare o difendersi.

 

Le mattine sulla costa di quel continente portavano un sole incapace di riscaldare la terra, i primi raggi di luce dorata scintillavano e si riflettevano sulla superficie del ghiaccio accecando chiunque fosse abbastanza stolto da fissarlo. Nessun uccello prendeva il volo, nessun animale usciva dalla tana per godere dell’aria mattutina o per andare a caccia. Era un mondo morto, coperto da una perenne gelida coltre bianca e azzurra. In quel panorama Alany riprese coscienza dal suo sonno, non era stata spostata dalla sedia di fronte al camino e sulla sedia al suo fianco il suo vecchio mentore russava sonoramente. Sebbene indolenziti gli arti avevano riguadagnato la sensibilità e dopo qualche prova le sue gambe riuscirono a sostenerla, puntellandosi alla sedia provò anche a camminare e in qualche minuto fu capace di fare anche quello. La costruzione in cui era stata studiata per disperdere meno calore possibile, non c’erano finestre e l’unica luce proveniva dalle braci ancora rosse dentro il camino. Zoppicando raggiunse il tavolo ed intabarrata in una pesante coperta si accasciò sulla sedia, e sulla superficie del tavolo, affondò il volto nelle braccia e sospirò con aria triste. Ancora stava pensando a quello strano ragazzo, vestito con poco più che stracci, quel giovane mozzo temerario che molto probabilmente si era sacrificato per salvare loro la vita. Una morte eroica, degna di una leggenda narrata dai libri dei chierici o dalle nutrici ai ragazzini per spaventarli o farli dormire. Aveva sempre ammirato i personaggi di quelle storie, anche se talvolta li trovava piatti o sciocchi, eppure qualcosa pareva averla colpita di quello stupido temerario. Mormorò tra sé maledicendo gli elfi delle nubi che avevano causato tutta questa follia, maledisse l’Accademia che l’aveva subdolamente costretta a quella missione togliendole anno dopo anno qualsiasi altra possibilità, maledisse anche il destino o qualsiasi divinità, se esistente, avesse già deciso la sua vita in anticipo. Gli occhi le si imperlarono di lacrime, il suo pensiero era giunto ai suoi genitori che non aveva mai conosciuto, ricordava solo i scintillanti occhi azzurri di sua madre ed i capelli di suo padre, color scuro e dai riflessi viola come i suoi. Singhiozzò e pianse come una bambina, pianse come non aveva mai pianto da anni e forse come non aveva mai pianto in tutta la sua vita. Si fermò solo quando esausta ricadde nel sonno. Dietro di lei una mano paterna e comprensiva riassettò la coperta che le era scivolata da una spalla.

 

Alaister aveva trascorso la notte riparata in un’insenatura nella scogliera, la furia per la disobbedienza del suo allievo, quel suo giocattolo preferito che poco a poco, frustata dopo frustata aveva cominciato a guadagnarsi il suo rispetto. Quel moccioso figlio di bifolchi che letteralmente aveva sputato sangue per divenire un cavaliere aveva gettato la sua vita per una cagna elfa. Ancora in lei ribollivano silenti la furia e la gelosia suscitate da quel tradimento. Eppure nel tumulto di quelle emozioni non mancava lo spazio per l’orgoglio, si l’orgoglio di aver visto il proprio pupillo ribellarsi, fare una scelta da uomo e sguainare la spada anche contro i suoi ordini. L’orgoglio di averlo visto sconfiggere una creatura temuta dalla sua razza, un essere di fronte al quale, anche se non lo avrebbe mai ammesso, anche lei tremava. Lo aveva affrontato, lo aveva sconfitto ed era sopravvissuto. Lo sentiva dentro di sé, sapeva che la vita non aveva abbandonato quello scarafaggio ribelle e sapeva anche che l’indomani lo avrebbe cercato, lo avrebbe trovato ad ogni costo! E quando l’avrebbe avuto davanti… Un ghigno sadico solcò le scaglie scarlatte del suo volto. Di certo lo avrebbe punito e se fosse stato ancora cosciente, forse avrebbe terminato la lezione sulle donne che aveva cominciato sulla nave. Questi pensieri accompagnarono il suo sonno e gran parte della mattina seguante quando uscì dal suo riparo e cominciò la ricerca del suo allievo. Ci mise qualche ora a trovare una traccia del suo odore, trovata quella flebile pista non se la fece più sfuggire, non si accorse dell’altro odore che accompagnava quello del suo allievo, accecata com’era dalla bramosia e dall’aspettativa.

 

Quella notte invece Salia la trascorse a pianificare e prepararsi minuziosamente all’incontro con la maestra di quel giovane guerriero che aveva ripescato e riportato alla vita, aveva ricoperto le pareti della spelonca di simboli arcani, ogni stalagmite ed ogni stalattite, l’aria vibrava del riverbero della magia che si espandeva da quelle rune. Terminato di disegnare l’intricato enigma di simboli e geometrie che avrebbero dato anni di lavoro ai geometri per anche solo intuirne le regole basilari, il drago attese l’alba. Appena il sole penetrò dall’apertura i segni sulla roccia scintillarono e si resero invisibili e silenziosi. Saliakgossa sorrise dentro di sé, come sempre la sua abilità innata nelle arti magiche l’aveva aiutata a creare un capolavoro, una fonte di energia arcana che le avrebbe permesso di eseguire incantesimi senza stancarsi per almeno un’ora… Sperava comunque che un’ora potesse bastare per far ragionare un drago rosso infuriato o per renderlo inoffensivo. Lanciò un’ultima occhiata all’umano disteso sul fondo della caverna, era ancora addormentato o nel peggiore dei casi incosciente, stringeva ancora l’elsa della sua spada come se fosse una radice che lo separava dal precipitare in un burrone. Scosse la testa e chiuse gli occhi, l’aria attorno a lei si fece sfuocata e la sua figura silenziosamente a quella di una giovane donna elfica dalla pelle molto pallida ed i capelli tinti d’azzurro. Guardò il suo corpo nella forma umanoide, sorrise ancora pensando con una nota d’orgoglio che aveva scolpito alla perfezione quella forma, due silenziosi gesti delle mani e sulla sua pelle nuda comparve una veste di seta blu finemente elaborata, non se ne serviva per scaldarsi, né per ripararsi dalla brezza sibilava tra le stalattiti, ma per puro senso estetico. Mormorò una frase nell’arcaico linguaggio della magia dei draghi, una lingua antica ed elaborata che è simile a quella usata dai maghi dell’Accademia come una fenice può essere simile ad un pappagallo, il suo corpo scomparve divenendo totalmente trasparente. Salia si sedette vicino all’apertura della caverna ed attese. L’attesa non si protrasse a lungo, Dopo quasi una mezzora un’ombra oscurò l’entrata, le maestose sembianze di un rettile alato dalle scaglie scarlatte lasciarono spazio alla più congeniale ma non meno maestosa forma di una donna umana. I capelli le fluivano ribelli sulla pelle nuda della schiena, le forme decise ed avvenenti del suo corpo suscitarono una nota di invidia nella giovane Azzurra, colpita dalla bellezza quasi selvaggia unita allo sguardo infuocato e carico di determinazione di quella donna. Sebbene completamente nuda trasudava comunque la fierezza e l’orgoglio della sua razza, ispirando ammirazione ed un desiderio di sottomissione in chiunque osasse alzare lo sguardo su di lei. Alaister abituò gli occhi alla semioscurità della caverna ed un sorriso sardonico attraversò le sue labbra mentre si avvicinava a passi sicuri verso il fondo, avvicinandosi al corpo incosciente ma risanato del suo giovane allievo. La sua mente di drago macchinava quale punizione avrebbe inflitto al povero giovane per essere stato così avventato e sciocco da affrontare il Naga ed averlo sconfitto, umiliando così la sua maestra che era fuggita di fronte a quell’essere; il come ed il perché si trovasse in quel posto e non nello stomaco di quel serpente avrebbero aspettato finchè lei non si fosse placata, questo decise tra sé e sé scavalcando l’ultima formazione rocciosa. Il drago azzurro era pronto ad intervenire, ma qualcosa di istintivo le diceva che avrebbe fatto meglio a rimanere nascosta, anzi non avrebbe dovuto trovarsi nemmeno lì. Alaister si fermò ad una spanna dal corpo esanime del ragazzo, gli occhi carichi di risentimento e di aspettativa mutarono in un’espressione di genuina preoccupazione mentre si chinava a tastargli il collo e a sentirne il respiro. Stava bene, Alaister sorrise e si voltò verso l’apertura, il suo sguardo vagò un attimo alla ricerca di qualcosa ed infine puntò deliberatamente nella direzione di Salia. Senza cerimonie parlò con una voce autoritaria ed intrinsecamente minacciosa <Fatti vedere se hai coraggio!> fece schioccare il collo <E togli le diavolerie magiche che hai messo qui dentro>

La draga azzurra sussultò, aveva sperato che la sua magia e lei stessa passassero inosservati, ma aveva sottovalutato la sua avversaria. Del resto non era a conoscenza della sua esperienza di guerriera. Sospirò ed abbandonò il riparo della magia, ricacciando a fatica dentro di sé l’inquietudine sostenne gli occhi infuocati di Alaister. <Dunque sei stata tu a salvare quel verme dalle fauci del pesce?> la voce era intrisa di disprezzo per la razza dei draghi azzurri, ma più in profondità si poteva leggere una celata nota di gratitudine. Salia annuì lentamente.

<Non mi interessa chi sei, né perché hai voluto salvare questa nullità, sei fortunata che ti lasci andare da qui con tutte le tue maledette squame addosso…> provare gratitudine verso un Azzurro? Sopportava a stento quell’idea.

Salia sospirò e scosse la testa, non sarebbe riuscita a spiegare le sue ragioni a quell’essere, troppo fiero ed orgoglioso per ascoltarla ed in pochi istanti concluse che rimanere lì sarebbe stato solo controproducente. Ad un cenno della sua volontà le invisibili rune sulla pietra si dissiparono in uno sbuffo invisibile d’aria, camminò lentamente verso l’uscita della caverna. Poteva sentire gli occhi fiammeggianti della donna piantati in mezzo alle sue scapole, si guardò intorno per valutare se aveva spazio sufficiente per tornare alla sua forma originale ed alzò la mano in segno di saluto prima di mutarsi e volare via. Alaister sembrò soddisfatta, tornò ad occuparsi del suo protetto, lo osservò per un attimo, provava una particolare soddisfazione nel constatare che la sua mano era serrata sull’elsa della spada. Costruì ad arte un’espressione arcigna prima di sferrargli un calcio nelle costole ed ordinargli con tono marziale <Alzati bifolco, abbiamo del lavoro da fare!>.

 

Saliackgossa aveva ripreso la forma umanoide appena atterrata sul ghiaccio sovrastante la scogliera, camminava pensierosa verso l’accampamento di umani a sud est. Era riuscita nel suo intento di salvare il giovane, di quello doveva felicitarsi: per il suo popolo la speranza respirava ancora, anche se in balia delle passioni di una drago. Probabilmente però lei non gli avrebbe fatto male… non troppo almeno. Per la seconda parte del suo piano rimaneva ancora la maga, probabilmente lei avrebbe ascoltato, ma avvicinarla sarebbe stato molto più difficile…




(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))


  lunedì, 15 dicembre 2008 // Languorino...
Thalionwen • 16:37
in : extra - fumetto





(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))


  lunedì, 20 ottobre 2008 // Due specchi ed una sola anima (parte II)
Thalionwen • 21:47
in : capitolo 26


I giorni si susseguivano a bordo della Miranda con regolare cadenza, scanditi solo da quei pochi avvenimenti straordinari che potevano capitare in mare aperto, in pieno inverno, graziati da una bonaccia e da un bel tempo incredibilmente propizi per il viaggio. Tuttavia, col passare dei giorni, la distanza che separava la Miranda da Glacia andava sempre più accorciandosi, e tutti a bordo risentivano di questa stravagante impressione. <E’ come se ci trovassimo sul bordo di un baratro: non sappiamo cosa ci aspetta laggiù.> dichiaravano i marinai chiacchierando tra loro. I passeggeri da qualche tempo si mostravano sempre con maggior frequenta sul ponte principale del vascello e la ragazza elfica si accompagnava ad una seconda ragazza che Malin quanto Alaister avevano notato appena. La cosa che più attirava l’attenzione dei due Cavalieri era l’accompagnatore della ragazza, un uomo alto e dall’aspetto tetro, un uomo che a vederlo semplicemente non dava l’idea d’essere uno stregone dell’Accademia. Quando Alaister lo scorse per la prima volta dentro di sé annusò come un segugio ciò che le apparenze forvianti di quell’uomo nascondevano della sua reale natura. Tuttavia non gli diede maggior peso di quanto ne attribuisse alla ragazza elfica: lei proprio non riusciva a guardarla con naturalezza pensando a lei solo ed esclusivamente come una maga dell’Accademia.
Malin lavorava e lavorava come di consueto ed il suo cuore era stranamente tranquillo. Il marchio disegnato dall’ombra attorno al suo occhio destro si inspessiva e disegnava or ora un intrico fitto di pittogrammi che parevano dipinti sulla sua pelle con l’inchiostro, come un tatuaggio. Se all’inizio quella bruttura appariva più che altro come una cicatrice da ustione, ora assomigliava più ad un vero e proprio sigillo: a Malin non importava, ma Alaister squadrava quel segno con sospetto ed angoscia, temendo in cuor suo qualche cosa che intuiva ma che non era ancora riuscita a spiegare nemmeno a se stessa.
Così il viaggio continuò in tranquillità, sino ad una mattina nella quale il marinaio di vedetta annunciò, appena il sole sorse, di aver avvistato all’orizzonte in direzione di prua le spiagge ghiacciate del continente di Glacia. Alla notizia, i presenti sul ponte ebbero un fremito e corsero lesti ad annunciare la notizia a coloro che non l’avevano ancora udita. Persino il capitano si complimentò, dentro di sé prima di tutto con se stesso, poi con il suo equipaggio, per l’ottima attraversata e per la fortuna a loro riservata dal mare durante quel periglioso viaggio all’avventura. Tuttavia, la ragazza elfica squadrava l’orizzonte dal parapetto della nave con circospezione e sgomento. Nel suo sguardo si leggeva preoccupazione, ansia, disagio: era comunque brava a dissimulare quei suoi stati d’animo, tanto che se non fosse stato per l’atteggiamento spasmodico con il quale stringeva al petto le sue mani chiuse a pugno, quasi a volersi aggrappare a qualche cosa che però non era dato di vedere, non si sarebbe detto che l’animo di quella graziosa creatura sarebbe stato tanto turbato.
Malin, mentre con spirito attento controllava come ogni mattina la qualità delle funi presenti sul ponte principale, incappò per caso, nonostante tutto senza volerlo, nella figura della giovane maga tutta sola in apprensione accanto al parapetto della Miranda. Il ragazzo, a capo chino, urtò con ingenuità e desolazione il fianco della giovane la quale, distogliendosi dal suo scrutare lontano, posò lo sguardo su chi l’aveva toccata, e trasalì nel vedere una testa bionda e scompigliata ondeggiare all’altezza del suo petto, tanto che ne ebbe improvviso timore e con gesto riflesso sciolse una mano dalla stretta in cui la serrava per rifilare all’avventato sconosciuto un ceffone diretto e teso. Malin lo ricevette tutto, non immaginò neppure quale reazione poteva aver escogitato la mente di colei che aveva sfiorato, così rovinò in terra spaesato con la guancia dolorante ed i grandi occhi colorati spalancati su quella figura che solo ora, da seduto sulle assi di legno ruvide e vecchie della Miranda, riconosceva con stupore.
<Perdonatemi…> balbettò allora il giovane Cavaliere, portandosi una mano al viso per il dolore che lo schiaffo gli aveva procurato <…è che non vi avevo vista. Se solo mi fossi accorto di voi, vi avrei evitata. Sono stato uno sciocco…> continuava a scusarsi Malin, e la ragazza lo guardava con sguardo fisso ed attento, quasi si fosse stupita dell’aspetto del marinaio e lo tesse indagando con attenzione e dedizione. <Non fa niente.> sibilò la voce chiara e gentile della ragazza la quale, di tutta risposta, propose la mano con la quale aveva offeso Malin per aiutarlo a rialzarsi in piedi <Sono io che devo scusarmi: purtroppo, coi tempi che corrono, noi giovani donne dobbiamo farci crudeli e spietate con chi sospettiamo ci avvicini con cattive intenzioni. Per un momento, ho pensato a te come ad un pervertito: poi ora ti guardo, e riconosco il tuo viso.> spiegò la ragazza. Lei allora sorrise e Malin, incredulo, accettò il suo aiuto per rialzarsi sulle proprie gambe. <Vi ringrazio.> s’inchinò il giovanotto, indi la curiosità lo colse e domandò <Ma come mai dite di avermi riconosciuto? Non ci siamo mai parlati prima d’ora.>. La ragazza allora sorrise dolcemente, muovendo lentamente e con grazia squisita gli angoli della bocca, piegando piacevolmente l’arco sinuoso delle sue labbra fresche e gentili. <I tuoi occhi, li ho visti la sera della festa. Erano due macchie colorate perse tra la folla, ma talmente stravaganti da meritare di essere notati anche attraverso la folla che c’era quella sera. Poi ora ti vedo dinnanzi a me e scopro che due occhi tanto strani dimorano sullo stesso viso: si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, ma se fosse davvero così, tu avresti due specchi diversi per accedere ad un’anima sola. O forse, le anime sono due…> spiegò la ragazza, e mentre parlava faceva danzare i suoi grandi occhi ametista come gioielli spudoratamente esibiti, tanto belli da far invidia. Malin allora sorrise imbarazzato, ed rispose <Parlate di cose che io non comprendo. Io, vedete, sono nato così.><Allora sei nato fortunato.> aggiunse prontamente lei.
<Ah, non mi sono presentato. Il mio nome è Malin.>
<Sarei scortese se ora non ti dicessi il mio. Chiamami Alany.>
Alaister assisteva alla chiacchierata tra i due giovani poggiata con le spalle all’albero maestro. Qualche cosa dentro di lei bruciava ogni qual volta Alany sorrideva e Malin rispondeva a quel sorriso con un sorriso a sua volta. Tuttavia non riusciva a staccare gli occhi da quella visione: avrebbe voluto cavarseli con le proprie mani, per potersi sottrarre ad un simile spettacolo.
Ad un tratto, però, la Miranda prese ad oscillare visibilmente tanto che molti dei presenti sul ponte dovettero assicurarsi a qualche cosa di rigido e saldo per rimanere diritti in piedi. Chi era di vedetta lanciò un fischio penetrante, e gridò qualche cosa che un vento improvvisamente teso e feroce celò alle orecchie degli altri marinai. Il cielo allora prese a scurirsi ed a riempirsi di nubi scure, cariche di neve e grandine. Il gelo s’infittì, le onde si fecero alte e sfrontate: il capitano Sealweed fece allora la sua comparsa dall’alto del ponte del timone e con l’espressione di chi non crede ai propri occhi puntò lo sguardo dinnanzi a sé senza più riuscire a distoglierlo.
Una creatura grande quanto quattro volte la Miranda e sollevata sui flutti in tempesta almeno due volte tanto svettava sovrastando l’imbarcazione che a suo confronto pareva un povero guscio di noce squassato dalle onde e lasciato a galleggiare alla deriva. Alaister scattò repentinamente in direzione di Malin e lo ghermì per un braccio, senza nemmeno badare ad Alany che per non rovinare sulle assi del ponte si teneva stretta al parapetto dei legno della nave. <Ma.. che cos’è?> domandò allora il ragazzo costretto a gridare per farsi udire tra i fischi del vento fattosi teso e potente ed i rombi dei flutti che s’infrangevano sui fianchi del veliero. Alaister allora lanciò uno sguardo allarmato al giovane e gridò in risposta <E’ la fine, ragazzo! Il nostro viaggio per Glacia termina qui!><No, non termina qui!> sibilò la voce sonora della ragazza elfica, la quale aveva ascoltato quello che Alaister aveva detto al compagno <E’ necessario raggiungere il continente ghiacciato. Io stessa eliminerò questa bestia dalla nostra strada. State a vedere. Posso farlo.><No, Alany!> le gridò allora Malin, scrollandosi di dosso con un gesto repentino la maestra aggrappatasi ad un suo braccio <E’ pericoloso! Alaister ha ragione! E’ la fine!>. La giovane guerriera allora lanciò uno sguardo velenoso al ragazzo per aver pronunciato il suo nome dinnanzi ad una sconosciuta che, tra le altre cose, non le andava molto a genio e la giovane elfa mutò il suo cordiale sorriso in un’espressione di assoluta determinazione. Tuttavia, prima che lei potesse aggiungere qualche cosa, la Miranda virò bruscamente e chi si trovava in piedi sul ponte rovinò dolorosamente sulle sue assi scivolando per tutta la sua lunghezza. Alcuni dei marinai che non si erano preparati caddero direttamente nei flutti scossi e riscossi del mare in tempesta, altri si salvarono da quella sorte ferendosi tuttavia gravemente.
La bestia che si era palesata poco prima ora ghermiva la nave con il suo corpo sinuoso, da serpente, e stritolava nelle sue spire il legno vecchio e macilento della splendida Miranda. Le grosse squame della creatura rilucevano della tetra luce che filtrava tra le nubi della tempesta e schiantavano come metallo che s’infrange su altro metallo ogni qual volta la bestia sfiorava con la punta pinnata della coda parte di se stessa. Un ruggito forte allora si levò nell’aria e la si sentì vibrare come la corda di uno strumento musicale; rantoli e borbottii seguirono il ruggito, schianti di legno che cedeva e grida di persone che si ferivano entro e fuori la pancia cava della Miranda.
Una testa maestosa ed irta di denti svettava sull’albero maestro quasi a voler coordinare solo con lo sguardo l’azione distruttiva di quelle spire che la bestia stessa avvolgeva attorno all’imbarcazione. Una cresta di membrane colore del ghiaccio incorniciava il capo triangolare e terribile della creatura, la quale spalancava le fauci regolari e tetre cosparse di denti affilati e percorse, in continuazione, da una lingua lesta e sottile.
Rochi borbottii e ruggiti simili al clangore del metallo battuto dal martello spezzavano l’aria e l’udito degli sventurati che avevano la sfortuna di trovarsi troppo vicino alle fauci della creatura. Malin, che era scivolato assieme agli altri in fondo al ponte spezzato della Miranda, ponderava velocemente sul da farsi riflettendo al contempo su ciò che Alany aveva promesso di fare. <Non vi lascio andare da sola. Verrò con voi.> sentenziò allora il giovane, volgendosi in direzione di dove si trovava riversa e confusa la giovane donna elfica. Lei allora mosse il capo dolorante, avendolo battuto forte contro il legno increspatosi dell’imbarcazione, e negò categoricamente l’offerta del giovane. <No, non è il caso. Io sono una maga, io uso la magia! Tu sei solo un marinaio… pensa a salvare la pelle!> suggeriva lei, mentre tra uno scossone e l’altro tentava di ergersi sulle proprie gambe. Allora Malin prese coraggio e, alzandosi a sua volta con un gesto rapido e inaspettato, ghermì l’avambraccio della ragazza attirando la sua attenzione. <Voi siete una maga, e fate dei buoni incantesimi… ma io non sono un marinaio. Mentre voi intessete le vostre magie, io vi copro le spalle.> si risolse allora, e lesto in breve scomparve negli alloggi che ancora erano rimasti intatti, indi per cui praticabili.
La bestia strinse di più le sue spire attorno all’imbarcazione, e questa cedette ancora tanto che molto del legno che componeva le sue fiancate finì presto divorato dai flutti del mare. Molti dell’equipaggio rovinarono in acqua e lo stesso capitano Sealweed perse la presa del timone, scivolando inesorabilmente tra le onde della tempesta, assai lontano dalle fauci della belva. Inutile dire che molti altri, contrariamente a lui, anziché il mare sfortunatamente incontrarono i denti aguzzi del mostro, e per loro non vi fu via scampo.
Negli alloggi, ove l’acqua del mare lesta occupava ogni anfratto vuoto sino a raggiungere l’altezza della caviglia del ragazzo, falle su falle lasciavano imbarcare acqua salmastra tinta di rosso sangue ed azzurro cobalto. La sua temperatura era glaciale, tanto che Malin poteva avvertirla fredda attraverso la spessa imbottitura dei suoi stivali, ed i brividi presto presero a pervaderlo con l’irruenza di una pioggia inaspettata. Da fuori, giungevano le grida di disperazione di coloro che tentavano di aver salva la vita gettandosi a mare o contrastando a mani nude il mostro, decretando il proprio ed altrui fallimento con una morte straziante ed inimmaginabile. <Dove stai andando?> sopraggiunse ad un tratto la voce carica e tonante di Alaister, la quale se ne stava ferma immobile a metà del corridoio principale degli alloggi, coi capelli scarmigliati e le trecce lunghe e scomposte che le ricadevano come stoppie incendiate sulle spalle scoraggiate. Malin, quando la vide, accennò un lesto inchino di rispetto, ma non le volle rispondere. Con caparbietà ed impossessatosi di una fretta per lui innaturale, imboccò la porticina dell’alloggio che condivideva con la maestra. Cercava la sua spada, all’interno del suo bagaglio: gli serviva al più presto, per dare manforte ad Alany che sconsideratamente, dal suo punto di vista, desiderava affrontare il mostro marino tutto da sola. Alaister però montava su tutte le furie in quel mentre, per ciò che Malin le aveva fatto sul ponte quando lui si scrollò di dosso lei per correre incontro alla ragazzina elfica. <E’ per lei che cerchi la spada che IO ti ho regalato?> volle sapere ancora la giovane donna, e così inquisendo afferrò con crudeltà la spalla del ragazzo strattonandolo all’indietro nell’intento di fargli perdere del tempo <Vai ad affrontare il Naga tutto solo assieme alla tua fidanzatina?> rincarava la dose, senza preoccuparsi di non apparire subdola o meschina, senza dare peso al fatto che così facendo metteva a nudo la propria gelosia nei confronti della giovane donna elfica. <Lasciatemi andare, signore> rispose allora il ragazzo <Alany ha bisogno di aiuto, ed io glielo voglio offrire. Da sola si farà ammazzare. Voi non volete combattere… contro quella bestia? Volete farvi ammazzare senza muovere un dito?> domandò quindi Malin, una volta trovata la spada e tornando lesto sui suoi passi dopo essere sfuggito alla collera della maestra. Alaister, con lo sguardo carico di una furia che non era più umana, prese a tingere i suoi occhi fiammanti di un nero cupo come la notte. <Il Naga vi ingoierà in un sol boccone, entrambi! Lo fa con i draghi, perché credi che con voi sarà diverso? La tua spada gli farà solo solletico, e la magia di quella strega gli darà solo un leggero mal di testa.> sbottò allora al colmo dell’ira la giovane donna. D’un tratto, a Malin parve le la barca avesse smesso di ondeggiare e che il freddo dell’acqua ghiacciata fosse scomparso. Tutt’attorno a sé prese a brillare un calore strano ed innaturale, così tetro e rassicurante al tempo stesso da confonderlo nelle azioni e nei pensieri. Dinnanzi a sé, Alaister avanzava a passo sicuro in sua direzione, coi capelli che ad ogni movimento si liberavano dalla costrizione delle trecce e prendevano a spargersi come una cascata di lingue di fuoco sulle sue spalle e sul suo petto, ora fiero e issato come quello di una belva in vanto. Sul viso di lei, simboli scuri e vergati come con l’inchiostro presero a manifestarsi; Malin li riconobbe come quelli che vide quella volta che si prese cura della maestra di ritorno dalla battaglia sull’isola Minore di Imarna. Il ragazzo allora sgranò gli occhi su di lei, ed il sigillo attorno al suo occhio destro prese a pulsare ed a ferirgli la pelle. D’un tratto, chiudendo gli occhi per riflesso, quando gli riaperse con l’occhio offeso vide in Alaister qualche cosa che non aveva mai neppure immaginato.
<Vieni con me ed abbandona questi stupidi, che colino a picco con la loro bagnarola. Porteremo a termine la missione e raggiungeremo Glacia per conto nostro. Anche se i maghi dell’Accademia muoiono qui, ora, non importa. Vieni con me, Malin. Non essere stupido!> ruggì una voce che non aveva più nulla di umano, tanto meno di femminile. Il ragazzo fissava attonito la maestra dinnanzi a sé con le sue consuete sembianze di donna avvenente e slanciata. Tuttavia, se socchiudeva l’occhio sinistro lasciando sollevata solo la palpebra destra, ecco che la sua natura mutava ed Alaister smetteva di essere una bella donna e si tramutava in un grande rettile dal collo arcuato e le fauci fiammanti. Il ragazzo così, preso dallo sconforto, diede le spalle alla maestra e celermente fuggì dal corridoio angusto ed oramai invaso dall’acqua degli alloggi. Stringeva forte a sé la sua spada, e non si voltava mai indietro. Lasciò Alaister e quella visione per lui mostruosa laggiù, dove il mare rivendicava per sé lo spazio cavo del ventre della Miranda. Quando il ragazzo riconquistò l’aria e la furia del mostro marino, uno schianto s’avvertì per tutta la lunghezza del vascello: la poppa cedette come se fosse esplosa ed un ombra fiammante si librò nell’aria allontanandosi dal relitto oramai inghiottito nei flutti. Malin non volle neppure guardare quello strano avvenimento, cosa che invece i maghi dell’Accademia fecero e che Alany fissò con estrema sorpresa, senza però prestare ad esso un attenzione maggiore del battito d’ala di una farfalla.
Il Naga, il mostro marino che attaccava la Miranda e si avviluppava come un amante al relitto del mercantile, aveva fatto strage dei marinai e quei pochi che sopravvivevano si erano nascosti ove il ponte si era spezzato a metà e le assi di legno erette offrivano loro protezione dal mostro. Alany se ne stava inginocchiata con le mani strette a pugno sul petto e lo sguardo basso, e pareva che stesse pregando. <Forza ragazzo, datti da fare.> tuonò un uomo alto ed imponente, quel compagno di viaggio che la ragazza aveva portato con sé. Malin allora annuì e, portandosi vicino alla maga, gli poggiò una mano sulla spalla. <Quando vuoi.> le gridò. Lei allora sollevò lo sguardo ed i suoi grandi occhi color dell’ametista brillarono come di vita propria.
La testa tentata e crestata dell’animale sovrastava il piccolo gruppo di naufraghi alla ricerca dell’angolazione migliore per fare di loro un sol boccone senza ferirsi nell’impresa: gli occhi scuri e guizzanti della bestia scrutavano con essenziale e brutale attenzione i movimenti di coloro che erano rimasti sul relitto della Miranda. Poi d’improvviso uno schianto inaspettato fece del vascello due relitti distinti: il corpo del mostro sprofondò un poco aggrappandosi a quella parte di nave che ospitava i rimasti per lasciare andare il brandello spezzatosi sotto la pressione delle sue spire. In quel momento, il mostro si distrasse occupandosi di rimanere ancorato al suo futuro pasto, presentando alla spada snudata del Cavaliere di Eireki l’occasione migliore per il primo affondo.
Malin balzò con agilità felina dal ponte spezzato della Miranda tenendo la propria lama issata al di sopra della testa, come gli aveva insegnato Alaister tanto tempo prima. Il primo fendente colpì in pieno la pelle squamosa della belva, ma lo ferì di poco: le squame del Naga, infatti, non solo risuonavano come metallo, ma erano resistenti al pari di questo. <Continua così, ragazzo! Datti da fare!> continuava ad incitare quell’uomo, il compagno di Alany, mentre con cura paterna stringeva a sé la seconda ragazza compagna dell’elfa. Il Cavaliere, tuttavia, dava poco peso alle parole di chi stava proteggendo, e senza tregua concatenava affondi e fendenti sulla pelle del mostro senza sortire il benché minimo risultato. Il mostro, di tutta risposta, s’innervosiva e tentava con la coda pinnata di scacciare quel moscerino che gli dava il solletico: ad ogni movimento di quell’estremità, Malin era costretto a cedere terreno ed a fuggire dall’ira della creatura se non voleva scivolare in mare come era già successo ad alcuni dei sopravvissuti.
Poi, ad un tratto, qualche cosa cambiò: la spada stretta nel suo pugno vibrò e sfavillò come se avesse brillato di luce propria. <Ragazzo, colpisci il mostro adesso! Forse con questa modifica il tuo fendente potrebbe rivelarsi più efficace!> tuonò ancora l’uomo dalle sue spalle, celato e ben protetto da quelle assi di legno irte e taglienti. Malin allora lanciò un’occhiata alla sua spada e la vide diversa: delle linee brillanti e semplici, come disegni ed intagli diritti e precisi, s’inerpicavano dall’elsa fino alla punta della lama, scendendo dalla propria mano, quindi dal polso e dal braccio, dalla spalla fin dietro la propria schiena. Indi si voltò si spalle, e vide quelle linee continuare sino a nascondersi dietro le assi di legno del riparo dei maghi e degli altri superstiti. Ora si sentiva più forte, la magia lo aiutava. Lanciò uno sguardo al Naga e per un pelo non rischiò di venire ingoiato dalle sue fauci orrende e spalancate: quelle linee pulsanti di magia lo aveva sottratto ad una fine ingloriosa come i fili muovono gli arti dei burattini.
Il mostro si riprese subito dal morso mancato e, al colmo dell’ira, subito localizzò nuovamente la sua gustosa preda: gli occhi suoi di ghiaccio ed oscurità vibrarono, segno del fatto che qualche cosa era scattato nella mente del Naga.
Quello che rimaneva della Miranda affondava velocemente, trascinato negli abissi dal peso del mostro che vi stava avvinghiato nell’intento di consumare la sua cena. Malin stava a stento in equilibrio su quelle assi scivolose e spezzate, pericolose. Ad ogni nuova onda il relitto danzava e oscillava, ed il ragazzo mancava il fendente o l’affondo a causa dell’instabilità del terreno di battaglia.
Infine, l’orrido serpente marino poggiò con il corpo su ciò che rimaneva del ponte e portò la sua testa pinnata al di sopra di quella di Malin. Con le fauci spalancate, tra ruggiti e mugolii rauchi, il ragazzo poteva sentire proiettato su di sé il maleodorante puzzo dell’alito del mostro. L’oscurità che albergava nella gola del Naga era inquietante, ed i suoi occhi altrettanto tetri fissavano la lama luccicante del Cavaliere con la brama di coloro che desiderano qualche cosa tanto da non saper più pensare ad altro. Quella era il momento giusto: la gola del mostro stava proprio sopra la testa del ragazzo, e mai occasione migliore di sarebbe presentata per uccidere la bestia e concludere così quella spiacevole avventura per mare.
Malin prese coraggio e caricò l’affondo dal basso, portando la punta della sua spada potenziata e resa più affilata dalla magia che sicuramente stava intessendo Alany in verticale rispetto all’elsa che stringeva forte nel pugno. Fece dunque un sospiro profondo e, mentre il mostro lo guardava dall’alto con l’intento di calare su di lui a fauci spalancate, il ragazzo rivedeva dinnanzi a sé tutta la sua intera esistenza. La morte del Naga era così vicina, a portata di mano: tanto vicina, quanto lo erano per lui le porte dell’aldilà.
Il mostrò non aspettò oltre: quando vide che la sua preda non fuggiva, tanto meno tentava di farlo, non attese oltre e piombò su di esso coi denti irti e la lingua sinuosa tesa, pronto a divorare Malin in un sol boccone. Il ragazzo, preso il coraggio a due mani, aspettò che il mostro calasse la testa da solo, avendola issata troppo in alto perché vi potesse giungere con un balzo o con le proprie forze; quando però il Naga serrò le fauci attorno al Cavaliere, la lama della sua spada gli trafisse la gola ed il mostro ebbe un fremito di disappunto e terrore. Un fiotto di sangue nero, macchiando quello che rimaneva del ponte della Miranda, prese a zampillare cospicuamente da quello squarcio che la spada del ragazzo aveva aperto nella gola della bestia. Il corpo della creatura allora, squassato dagli spasmi di una morte che prendeva il posto della vita, scivolò tutto d’un fiato nei flutti del mare in tumulto. Anche la testa del mostro andò col resto della carcassa. Malin tuttavia rimase intrappolato nelle fauci del mostro, anche quando questo scomparve nelle profondità del mare di Glacia.
Poco tempo dopo la scomparsa del mostro, la tempesta si placò e le coste brillanti del continente di ghiaccio si mostrarono tanto vicine alla nave naufragata che i supersiti gioirono nell’immaginare di poter sopravvivere fino a giungere a riva per riposare. Laggiù infatti, come macchioline all’orizzonte, già si potevano contare alcuni superstiti i quali avevano raggiunto a nuoto, per fortuna più che per volontà, le coste del continente ed attendevano con gioia l’arrivo di coloro che erano sopravvissuti a bordo del relitto. Tra di loro, ad attendere, vi era anche il capitano Sealweed, sopravvissuto con orgoglio ed amarezza alla scomparsa della sua Miranda.
Alany e gli altri giunsero in salvo, anche se scossi, alle coste del continente di Glacia. Le altre due navi del convoglio si salvarono dalla furia del Naga, e poterono scaricare all’avamposto segnalato a Malin ed Alaister le provviste e tutto ciò che il capitano Sealweed aveva ricevuto ordine di consegnare laggiù. Tuttavia di Malin, come di Alaister, non vi era traccia tra i superstiti.
Alany una volta giunta sulla riva, li cercò  entrambi, ma di loro non vi era traccia.



(( i nostri unici limiti sono il bordo del foglio e la cartuccia della penna ))


  lunedì, 20 ottobre 2008 // Due specchi ed una sola anima (parte I)
Thalionwen • 21:45
in : capitolo 26


I giorni seguenti la partenza della Miranda dal porto di Sestia furono di ciel sereno e venti propizi. Il lavoro effettivo che la ciurma doveva adoperarsi a sbrigare a bordo del mercantile era praticamente minimo: i venti membri dell’equipaggio si davano il cambio ogni quattro ore spostandosi senza fretta dal ponte alla stiva, dagli alloggi per il riposo alla mensa. La notte, poi, il lavoro diminuiva ancor più drasticamente: i mozzi spazzolavano con la forza delle braccia le dure e scheggiate assi di legno del ponte principale mentre il capitano, i passeggeri dell’Accademia ed il resto della ciurma consumavano la loro cena alla luce delle lampade ad olio.
Alaister e Malin  furono accolti come braccia di bassa lega sulla maestosa Miranda. Il capitano Fistal Sealweed quando li vide salire a bordo dal pontile del porto affollato si persuase del fatto che avessero sbagliato imbarcazione. Tuttavia i due nuovi marinai confermarono che erano stati esplicitamente destinati alla Miranda ed alla sua flotta dalle autorità portuali, così macchinò Alaister prendendo sempre la parola prima del compagno impedendogli così di dire qualche cosa che potesse mandare a monte i piani, e siccome a bordo delle altre due navi del convoglio l’equipaggio era già completo chi di dovere aveva inviato le nuove braccia proprio al capitano Sealweed. Tra un fiotto di maldicenze e qualche sputo di scaramanzia, il capitano volle servirsi di quell’inaspettato “dono” nella maniera più banale possibile, così volle che quel tale Gaethan e suo fratello Malin si occupassero solo ed esclusivamente del lavoro più bruto e degradante possibile, ovvero di pulire il ponte la notte con le proprie mani “inginocchiati come i servi che erano sulle loro ossute ginocchia”. <E se finite in fretta di sfregare con lo straccio questo lurido pavimento di legno, non temete: per voi c’è da passare anche il corridoio che porta agli alloggi ed una volta ogni tre giorni potrete dedicarvi alla stiva ed alla cambusa.> così decretò il capitano il primo giorno di arruolamento dei due, e così fu per loro con scadenza regolare per quei giorni che seguirono la partenza dal porto di Sestia.
La notte era particolarmente limpida e fredda, in quel mare sconosciuto. Malin, che era assolutamente impermeabile alla fatica ed alle condizioni atmosferiche, sfidava il gelo dell’inverno immergendo tutto il braccio, assieme allo straccio, nel secchio dell’acqua saponata tutte le volte che doveva lavare il panno da passare sul ponte per pulirlo. Alaister, dal canto suo, lasciava a Malin gran parte del lavoro stringendosi nel suo cappottino di pelliccia e pelle temendo con disappunto le fredde notti di stelle limpide e splendenti durante le quali lei ed il giovane Cavaliere erano costretti a quell’ingrata mansione. <Inizio a credere che Lanchaster avrebbe potuto escogitare qualche cosa di diverso da questo per farci imbarcare su questa stupida nave.> brontolava Alaister quella notte, battendo con rabbia e disgusto il pugno sul parapetto spesso del ponte, ma Malin non dava troppo peso a quei suoi capricci e continuava imperterrito a lavorare, quasi come avesse provato un particolare gusto nel farlo. <Il lavoro nobilita l’uomo.> rispondeva allora lui, continuando a sfregare le assi scricchiolanti del pavimento con la forza di un leone e la dedizione di un santo. <Ma chi ti insegna queste sciocchezze?> volle sapere allora lei e Malin, alzando lo sguardo appannato in direzione della maestra, sorrise dicendo <Me lo ha detto Balian. Lui è una creatura molto saggia.>.
I giorni passarono in fretta, tutto sommato, ed il sole splendeva tutte le mattine a destra dell’imbarcazione per tuffarsi nel mare alla sua sinistra. La prua della Miranda puntava il nord senza distogliersi da quella meta nemmeno per errore. Al timone, il capitano governava la sua nave con costanza e polso fermo, lanciando di tanto in tanto il suo sguardo glaciale su chi si trovava sul ponte, che si trattasse di marinai o di passeggeri. Poi comunque lo distoglieva subito, per guardare con rapimento il vento che gonfiava le grandi vele chiare e l’orizzonte che brillava come un gioiello, sfolgorando di quella lontananza irraggiungibile che nella mente degli uomini gioca brutti scherzi a fa nascere nei loro cuori desideri consistenti come le nuvole.
Malin ogni mattina controllava solertemente tutte le funi che si trovavano sul ponte. Le prendeva in mano una per una e le strattonava, le ispezionava come un altro marinaio gli aveva insegnato per controllare che non fossero rotte o danneggiate in qualche modo. Lo faceva sempre all’alba, quando ancora gli altri marinai sottocoperta riposavano e quelli che erano già desti si ritiravano per riposare e farsi dare il cambio da altri a loro volta. Una mattina, però, quando il giovane Cavaliere fece la sua comparsa sul ponte allo spuntare del sole all’orizzonte, una figura ammantata se ne stava poggiata al parapetto di legno a guardare l’aurora. Non appena Malin si accorse di quella presenza si bloccò e non osò fare un solo passo in più: in silenzio ed in estatico raccoglimento guardava ammirato la figura di quell’elfa che aveva notato il primo giorno salire a bordo della Miranda e che non aveva più avuto modo di incontrare, fino ad ora.
I suoi capelli neri svolazzavano delicatamente sopra le sue spalle mossi dalla brezza leggera e fresca della mattina; i suoi occhi, come gemme preziose, brillavano della luce che l’alba le vomitava addosso, quasi avesse voluto ricoprire quella figura dell’oro dei suoi raggi.
Malin non poteva muovere neppure un muscolo, temendo di farsi vedere dalla ragazza. Poi, ad un tratto, si domandò per quale motivo voleva che la ragazza non lo notasse, e non riuscì a darsi una risposta convincente. Allora, traendo un profondo respiro, si portò le mani al viso e si promise di far finta di nulla, perché il suo lavoro lo aspettava e non poteva ignorarlo per rimanere nell’ombra ad ammirare quella splendida figura.
<Ma che stai facendo, stupido!> tuonò allora una voce alle spalle di Malin, il quale prese spavento e si volse all’indietro per vedere chi l’aveva così duramente apostrofato. Alaister, imbacuccata nel suo cappottino di pelliccia e pelli raffazzonate e cucite assieme con poca cura, intersecava le braccia all’altezza del petto e tamburellava con isterica convinzione la punta dello stivale sul pavimento. <Chi c’è che ti impedisce di fare il tuo lavoro? Hai sempre così tanta voglia di lavorare… e oggi batti la fiacca!> volle sapere la giovane donna, con un atteggiamento ed uno sguardo tutt’altro che glaciali. Allora la maestra oltrepassò la figura di Malin e diede un’occhiata con i suoi stessi occhi: vide la figura della ragazza poggiata al parapetto, e qualche cosa dentro di sé montò in furia tanto da scaldarle l’animo e la carne come mai sarebbe riuscito a fare un falò o la semplice fiamma accesa di un caminetto. <Ti ho detto di lasciarla perdere, se non sbaglio!> tuonò allora a denti stretti la giovane donna <Se ti pesco ancora a sgranarle gli occhi addosso, te la farò pagare!> lo minacciò, e così facendo lo strattonò tanto forte da fargli perdere l’equilibrio e costringerlo a cadere di schiena su di una catasta di cime vecchie e rovinate adatte solo come rifiuti inutilizzabili. Malin guardò con terrore frammisto a sorpresa il viso scosso ed acceso della maestra, domandandosi in cuor suo cosa mai le fosse preso in quel momento. Dal canto suo, Alaister provava dentro di sé uno strano smarrimento fastidioso, al pari di quella prima volta in cui squadrò il viso del giovane e vi trovò quel marchio impresso con la magia tutt’attorno al suo occhio destro. Qualche cosa che non sapeva determinare la infastidiva e le scaldava le viscere con l’irruenza di un sentimento incapace di rimanere latente come lo era stato fino a quel momento: il cuore allora le prese a battere forte e la vista le si annebbiò quasi le fossero venute le lacrime agli occhi. Allora Alaister scosse la testa, si passò velocemente una mano sul viso e squadrò con i grandi occhi di fiamma il suo allievo riverso tra le vecchie corde ed i brandelli di tela da vela. Lo guardò, con attenzione, e vide laggiù tra quelle cime una qualche cosa che le faceva sentire il fuoco nello stomaco, una sensazione per lei piacevole. <Vattene e tornatene sottocoperta.> gli intimò la giovane donna lanciandogli con una sorta di disprezzo simulato il cappottino di pelli e pelliccia che si era appena levata di dosso <Oggi sbrigo io le tue mansioni. Questa sera, se ti sarai schiarito le idee, potrai raggiungermi per lavare il ponte.> sbottò, indi gli voltò le spalle e, senza dar peso alla presenza dell’elfa, prese ad ispezionare le cime una ad una. Man mano, gli altri marinai e gli altri passeggeri dell’Accademia sorsero dai propri alloggi e la nave riprese ad essere piena di vita come era giusto che fosse.
La sera ad Alaister doloravano le ossa e tutti i muscoli, anche se non aveva lavorato tanto quanto era necessario per lei per avvertire simili disturbi. Durante il giorno, mentre presenziava sul ponte e cambiava con goffa precisione una fune consunta con una nuova, ebbe come impressione che qualche cosa avesse investito la nave, ma non si era trattato di una folata di vento, o di una corrente più gelida del consueto. Il vento infatti, per un momento, aveva smesso di soffiare e le increspature del mare erano sparite, ma solo per pochi secondi. La sua vista accecata dal sole ed offuscata da quelle lacrime che combattevano il gelo dell’aria non aveva colto nulla di anomalo, indi per cui non si era preoccupata di dare peso a quell’accadimento. Tuttavia al calare della sera, mentre tutt’attorno a lei uno strano fermento stava impadronendosi dei presenti, la testa prese a girarle e le gambe la reggevano a fatica.
Malin raggiunse la maestra sul ponte portando con un braccio il pesante secchio di acqua saponata e con l’altro uno spazzolone ed un paio di stracci. Quando salì sul ponte, provenendo dalla cambusa, si trovò dinnanzi un putiferio che non credeva sarebbe stato possibile creare: avanti a sé quasi tutto l’equipaggio danzava e cantava bevendo e mangiando quasi si fosse trattato di una festa. Malin non credeva ai suoi occhi e, con il secchio d’acqua saponata e gli stracci per la pulizia, non immaginava come si sarebbe dovuto comportare. <Ah, eccoti!> un marinaio si avvicinò al ragazzo e lo costrinse ad abbandonare i suoi intenti per unirsi ai bagordi <Festeggiamo la buona riuscita del viaggio, che fin’ora è stato così tranquillo da farlo assomigliare ad una crociera! Unisciti a noi, forza! Stasera nessuno lavora, stasera si beve e si mangia a volontà!>. Così a Malin venne offerto un boccale di birra schiumosa ed un tozzo di pane, quando bastava al ragazzo per passare in allegria una serata che altrimenti sarebbe stata di fatica in compagnia di Alaister in preda ai suoi soliti lamenti.
Alla festa partecipavano praticamente tutti e tra la folla Malin intravide una ragazza scatenata che cantava e ballava come in preda ad un incantesimo. Il ragazzo non aveva mai notato quella ragazza prima d’ora, e sorrideva nel vederla così sciolta e lanciata, tanto che non esitava ad abbracciare chiunque ed a ballare con chiunque le capitasse a tiro. Così il giovanotto beveva il suo primo boccale e vagava per il ponte, tra marinai alticci e altri improvvisatisi musicisti, alzando la propria tazzona di peltro alla ricerca di qualcuno che gli desse nuovamente il colmo. Così facendo, tra le spinte dei ballerini e le sue per farsi strada, raggiunse il fitto dell’affollamento perdendo definitivamente l’orientamento. Laggiù, tra tutte quelle voci e quelle persone, Malin rivide la ragazza elfica dai capelli neri e gli occhi di ametista.
Il giovanotto abbassò il braccio il cui pugno stringeva la tazza di peltro ed i suoi grandi occhi bicromi si sgranarono nuovamente sull’esile e slanciata figura della ragazza. Quella sconosciuta era per lui una creatura magnetica, che catturava il suo sguardo errante e lo costringeva ad incollarsi a lei, senza lasciarla mai. Così Malin vide la giovane elfa poggiata con la schiena all’albero maestro mentre guardava la folla scoraggiata, quasi avesse invidiato la libertà e la gioia di coloro che si divertivano, ma senza capirne il perché. Così il ragazzo divenne triste per lei, ma immediatamente pensò che sarebbe stato un buon momento per avvicinarsi a quella sconosciuta per presentarsi e magari per invitarla a divertirsi con tutti gli altri. E fu allora, mentre Malin la guardava rapito e si avvicinava lentamente a lei, che la ragazza alzò lo sguardo ed intrecciò il suo con quello del giovane Cavaliere.
Malin si immobilizzò di colpo mentre quei due grandi gioielli scintillanti lo squadravano di lontano, con curiosità e sforzo. Il ragazzo d’improvviso s’accese in viso e dentro di sé provò un trasporto nuovo, un sentimento caldo e piacevole che non aveva provato mai. Ma poi, a causa di uno spintone, Malin dovette abbandonare quello scambio di sguardi, e mentre lui scompariva dalla visuale della ragazza, anche la ragazza distoglieva lo sguardo richiamata da ben altre faccende.
Alaister aveva preso con violenza un braccio di Malin e lo aveva strattonato per attirare la sua attenzione. <Non c’è lavoro per noi, stasera. Andiamocene.> sentenziò allora lei, indicando la direzione degli alloggi e Malin, combattuto tra quello pseudo ordine della maestra ed il suo desiderio di andare a conoscere la ragazza elfica, alla fine scelse per soddisfare la richiesta di Alaister.
Era notte fonda quando il festino terminò e finalmente tornò a regnare la calma ed il silenzio sulla vecchia Miranda. Alaister dormiva sulla sua amaca con la grazia e la bellezza di quella donna che era ma che non era mai sembrata. Aveva sciolto le trecce e sparso i suoi lunghi capelli rosso fiamma sulle sue spalle, spogliate degli abiti scomodi e poveri del marinaio Gaethan. Dormiva serafica, nonostante avesse lamentato con Malin i suoi dolori alle ossa, sintomo del fatto che, in fin dei conti, nulla le dolorava abbastanza da renderle fastidioso anche il sonno.
Malin se ne stava riverso sul suo cumulo di stracci e paglia, le braccia intersecate dietro la nuca e gli occhi spalancati, sognanti. Purtroppo nella cabina riservata a lui ed alla maestra era stata approntata solo una cuccetta, poiché lo spazio era poco e non ci sarebbe stato modo di trovarne per un altro giaciglio. Tuttavia il capitano aveva dato ordine di sistemare alcune vecchie vele inutilizzabili ed un po’ di paglia da imballaggio per preparare un piccolo cantoncino dove uno dei due nuovi mozzi si sarebbe potuto sistemare. Inutile dire che Alaister volle lasciare a Malin il privilegio di riposare in quella “cuccia per cani”, come l’aveva chiamata lei, riservando per se stessa l’amaca posizionata più in alto e sospesa da terra per assecondare le oscillazioni della nave.
La luce della luna filtrava dalla piccola finestrella che dava aria alla cabina, e Malin fissava quel fascio di luce con rapimento, perso nei propri pensieri. Senza volerlo, era capace di rivedere dinnanzi a sé e di rivivere secondo per secondo il momento in cui la ragazza elfica aveva intrecciato lo sguardo con il suo. E vedendo e rivedendo di continuo quella scena, era incapace di levarsela dalla testa per prendere sonno.
L’amaca dove dormiva la giovane donna dondolò appena ed un braccio di lei prese a penzolare inanimato. Dopo poco, le dita della  mano si strinsero ed un mugolio si levò nel silenzio rotto solo dalla ritmica risacca delle onde del mare. <Malin, i tuoi pensieri fanno rumore.> bofonchiò allora Alaister rilassando la mano a penzoloni <E sono noiosi.>. Il ragazzo fissò quella mano che di tanto in tanto si muoveva parendo quasi cosa a sé stante rispetto al corpo cui apparteneva, sospirò e si coricò su di un fianco, coprendosi fino al mento con una vecchia vela consumata.
<Leggete nel mio pensiero, signore?> domandò a denti stretti il ragazzo, socchiudendo appena gli occhi per tentar di soffocare quel ricordo che come un carillon gli si riproponeva in continuazione, senza fermarsi mai, e la maestra sospirò <Erano secoli che non lo facevo più.>. Nel dir ciò, la giovane donna si mosse ancora e ritirò il proprio braccio abbandonato a penzoloni. Indi sporse la testa ed una cascata di capelli rossi tinse la luce azzurra della luna di un colore cupo e tetro. Alaister rideva sommessamente, come se quello che aveva appena detto fosse stato detto di proposito, e nel frattempo si gustava la reazione del giovane Cavaliere che tardava a manifestarsi.
<Oh, non ti avrò mica offeso!> aggiunse quindi lei, con malizia <Alla tua età è normale avere certi “bisogni”.>. Malin allora mosse il capo e lanciò uno sguardo torvo alla maestra con l’occhio offeso <Io non ho nessun bisogno, signore. Nessuno al di fuori di una bella dormita.><Eppure a dormire non ci riesci. Quella “streghetta” ti ha tolto ogni bisogno primario per colmarti il cuore di ben altri desideri.> sentenziò allora la giovane donna, passandosi in maniera provocante la lingua umida sulle labbra carnose <Io te lo ho detto, ma tu non mi hai ascoltato: quella ragazza, tu, la devi ignorare! O te ne pentirai. Ma non per mano mia.>.
Il ragazzo si stringeva nelle spalle sperso e spaesato. Richiamò a se le ginocchia e qualche cosa di simile ad un brivido od ad una brutta sensazione si insinuò sotto le sue coperte. D’un tratto chiuse gli occhi serrandoli ermeticamente: non voleva ascoltare più le parole strane della sua strana maestra. <Tranquillo, ora la smetto.> lo rassicurò allora Alaister, la quale aveva risollevato il capo ed aveva scambiato con la testa le sue gambe, che ora penzolavano entrambe dall’amaca nell’intento della donna di balzare giù dal suo giaciglio. Così, nel giro di pochi minuti, la donna abilmente scese dalla branda e piantò ben bene le sue due gambe esili ma stabili, forti e resistenti come due contrafforti di metallo. <Ma prima, voglio spiegarti come funziona quando una ragazza piace ad un ragazzo.> sorrise Alaister, inginocchiandosi vicino a Malin che con circospezione si metteva a sedere sul suo pagliericcio improvvisato e faceva ciondolare il capo assonnato dalla capigliatura legata e scarmigliata. <Non serve, io… io non ci penserò più.> sbottò allora il ragazzo, sollevando lo sguardo e guardando direttamente la maestra nei suoi grandi occhi fiammanti. Con la mano libera fece gesto alla giovane donna che non voleva aggiungere altro al discorso, e fece per tornarsene sotto le coperte quando Alaister gli ghermì inaspettatamente quella mano prima agitata senza volerla lasciare andar via.
Malin ebbe un tuffo al cuore avvertendo il tocco delicato ma al contempo autoritario della giovane donna. Quella gli stringeva il polso con semplicità, senza fargli del male: solitamente lei non era così delicata nei suoi confronti. Così il ragazzo sgranò gli occhi su quel gesto, per poi alzare lo sguardo nuovamente sul viso della maestra. Quando lo fece, un viso nuovo si mostrò agli occhi del ragazzo, il viso di una donna dalle labbra increspate e dallo sguardo dolce.
<Signore…io…> balbettava Malin, disarmato da quello sguardo che impiantato sul viso di Alaister aveva qualche cosa di grottesco e spaventoso. Il ragazzo sentì un brivido strano salirgli la schiena e la pelle gli si accapponò sotto la stoffa della camicia di cotone che portava per proteggersi dal freddo della notte. Ma Alaister non lo lasciava andare, anzi: portò quella mano che aveva così prontamente ghermito sulla sua guancia, lasciando che il ragazzo le accarezzasse il viso dalla pelle chiara e rovente. <Chiamami Alaister. È quello il mio nome.> sussurrò lei, avvicinandosi ancora più al giovane Cavaliere tanto quanto era necessario per lui per non sforzarsi nel tendere il braccio.
Malin si sentiva ancora più perso e confuso, mentre la sua mano di propria iniziativa accarezzava il viso della maestra e traeva una sorta di piacere contraddittorio nel farlo. Dentro di sé il ragazzo desiderava ritrarre la mano e tornare a coricarsi nel suo letto, tuttavia il suo corpo non ubbidiva più a quello che la sua mente desiderava. Alaister, dal canto suo, assecondava quelle azioni riflesse avvicinando sempre più il suo corpo esile e sensuale a quello di Malin, che non poteva fuggire dato che già poggiava le spalle contro la parete. <Signore… Alaister, io non posso… non voglio…> sussurrava appena il giovane, gli occhi appannati da un sottile velo di lacrime traditrici le quali esprimevano il conflitto del suo volere, ma che nel contesto della situazione addolcivano ed intenerivano il suo aspetto più di quanto non lo fosse già di per sé. <Non avere paura. Non ti farà male. Io non voglio farti male.> gli suggerì Alaister, prima di aggiungere <Non cambierà niente, non temere. Lasciati andare, e fai quello che faccio io.>.
Le labbra di Alaister si poggiarono dapprima delicatamente, poi con maggiore trasporto su quelle increspate ed esitanti di Malin. Il ragazzo poteva sentire il respiro di lei infrangersi sul suo viso, e qualche cosa dentro di lui scattò proprio in quel preciso momento: un calore stravagante ed inaspettato sorse dal suo ventre e gli invase il petto con prepotenza, facendo sì che la volontà cedesse al desiderio della sua carne. All’improvviso il corpo di lui desiderò toccare quello di lei, e l’abbraccio che univa i due divenne ancor più stretto.
I due scivolarono lentamente coricandosi entrambi sul pagliericcio improvvisato di Malin. Alaister si distanziava appena dal giovane Cavaliere quanto bastava per prendere un nuovo respiro e per squadrarlo con curiosità in viso; il ragazzo, dal canto suo, ogni volta che la maestra si separava da lui, serrava sempre più il suo abbraccio chiuso richiamando a sé il corpo ed il viso nuovi di lei.
Di tanto in tanto Alaister si fermava brevemente a riflettere sul fatto che, con il proprio egoismo, stava estirpando dal suo giovane protetto tutta quella meravigliosa innocenza che tanto adorava negli individui della risma di Malin. Rifletteva anche sul fatto che quello che aveva impiantato nel cuore di quella giovane creatura era il seme di un comportamento che lei valutava come parte di sé ma che per una persona, per un Umano come lo era Malin, probabilmente non era valutabile alla stessa maniera. S’interrogò allora se fosse veramente il caso di dare respiro alla sua condotta, o se invece era necessario interrompere al più presto quella spirale di perverso piacere che iniziava al ragazzo ma che, in fin dei conti, sarebbe stato meglio per lui scoprire in una situazione diversa, assieme ad una donna che gli fosse piaciuta davvero e che non lo avesse semplicemente costretto a farlo, come stava facendo lei. Così Alaister divenne improvvisamente fredda, il calore che provava lei nel cuore si affievolì per suo volere, e con categorica autorità si distanziò dall’abbraccio di Malin che rimase all’improvviso interdetto e nuovamente confuso.
Il ragazzo la squadrava con occhi languidi e brillanti, coinvolti, dallo sguardo al contempo interrogativo e sognante. Nulla dava a pensare ad Alaister che il giovane stesse ancora pensando alla ragazza elfica, e questo le bastava: così pensando si mise a sedere sul giaciglio di Malin e si preparò a tornare sulla sua amaca.
<Dove andate?> sussurrò la voce sommessa del ragazzo, ma Alaister non rispose. Semplicemente lo ignorò. Tuttavia, non appena lei fece per alzarsi, Malin le ghermì il polso e la costrinse a rimanere seduta. <Dormite qui, stanotte. Fa freddo fuori dalle coperte.> le consigliò, e così dicendo le fece spazio accanto a sé sorridendo con dolcezza.
Alaister era una creatura fondamentalmente elementare. Come tutte le creature della sua razza, ardeva di una fiamma, al suo interno, che era istinto e non ragione. Nessuno era mai riuscito a domare, tanto meno a comprendere, la logica del suo sottile pensiero, tanto sottile e fragile da ardere come un filo di seta se gettato nel cuore di una fiamma alta e viva, imperitura. Per lei, non vi era confine tra moralità e sentimento, per lei non esistevano differenze tra credere e capire. Quando Malin la invitò a rimanere accanto a sé, i suoi ragionamenti bruciarono in un vento di fuoco improvviso ed impetuoso. Si coricò quindi al fianco del ragazzo e lo strinse forte a sé, senza dire nulla, senza spiegargli nulla. Cadde allora in un sonno profondo, col viso appoggiato sul petto di Malin e l’orecchio impegnato a seguire i battiti lesti e regolari di quel suo cuore giovane. Poiché dalla mente del giovane Cavaliere l’immagine della ragazza elfica si era momentaneamente cancellata, Alaister riuscì a conciliare il sonno suo e di Malin.
Fino a mattina, quella notte per lei sarebbe dovuta durare in eterno.



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  giovedì, 16 ottobre 2008 // Un lamento nel ghiaccio
Alanassori • 20:45
in : capitolo 25


Passato l’insolito avvenimento magico, il morale dell’equipaggio delle tre navi tornò alto nel non vedersi più fermi in mezzo ad un mare gelido e poco pescoso, quella sera sulla Miranda l’equipaggio aveva indetto dei festeggiamenti per propiziarsi il resto del viaggio, sebbene il capitano non fosse molto incline a questo genere di bagordi immotivati, non disdegnò di unirsi a suoi sottoposti. Sebbene un minimo indispensabile di uomini era stato sorteggiato per rimanere sobrio e governare la nave nel disgraziato caso di un’emergenza , ma comunque anche loro si introducevano clandestinamente per dare fondo alle riserve di birra della stiva. Qualcuno aveva pure tratto da chissà dove degli strumenti musicali tra cui dei flauti e degli strumenti a corda simili a mandolini. Alle bevute alternavano musiche e canti da taverna, spesso scurrili o sconce, alcuni stavano persino calcando le assi della coperta muovendosi in strani e curiosi balli che Alany non immaginava potessero esistere tanto le sembravano assurdi. Di tanto in tanto sghignazzava nel vedere quegli uomini e anche donne, le sembrò strano di non averle notate prima, ma una minoranza di donne era presente, muovere gambe e braccia tenendo la schiena come se fosse stata legata ad un palo. La ragazza era rimasta comunque in disparte a sorseggiare la sua mezza pinta di birra, era almeno un’ora che teneva in mano quel boccale di peltro e ancora più di metà di quel liquido giallo schiumoso ribolliva pigramente dentro, per quanto riguardava Thor e Jaina, la ragazza aveva smesso di contare le pinte dopo la terza… “sorprendente come che ci stia tutto…” adesso la sua amica si stava dimenando in modo sconclusionato insieme ai “ballerini” improvvisati. <Deve essere proprio andata…> sussurrò tra sé e distolse lo sguardo per sondare meglio l’ambiente. Vedeva praticamente solo le schiene delle persone, mentre lei era seminascosta nell’ombra appoggiata ad uno degli alberi della nave, non era interessata a quel genere di divertimenti, anche se un po’ invidiava chi riusciva a divertirsi in quei piccoli ritrovi di follia. Il suo sguardo fu catturato da una specie di fugace scintillio nella folla, uno di loro la stava guardando, quasi come se la stesse studiando. Per un attimo le parve che nel suo sguardo qualcosa fosse insolito, ma non ebbe abbastanza tempo per appurare di cosa si trattasse. Alany si sentì tirare per un braccio, il boccale le scivolò di mano e prima che potesse vedere chi fosse stato a molestarla era già stata trascinata in piedi. Era Jaina, in preda alla frenesia dei fumi alcolici <Chi stavi guardando? Hai trovato qualche bell’uomo?> voltò la testa a guardare nella direzione in cui poco prima guardava Alany <Mah… Dai, vieni a ballate!> Non si fece intimidire dai rifiuti dell’amica e di peso la stava trascinando verso i danzatori. L’imbarazzo montava nella giovane maga, poteva sentire gli occhi di tutti i presenti puntati su di lei, anche se in realtà era quasi del tutto ignorata <EDDAIIIIIII!!!!> continuava ad incalzarla Jaina, Alany aveva ormai desistito dal dibattersi, ma meditava di metterla fuori combattimento con un incantesimo… O un colpo in testa. Jaina smise di trascinarla in giro e la cinse ai fianchi e avvicinò il suo volto a quello della maga, il fiato etilico quasi fece girare la testa alla ragazza <E adesso…> le prese le mani e cominciò a saltellare ritmicamente sulle punte <Dai, su!>. Alany sospirò e abbracciò stretta l’amica per fermarla un attimo, le passò la mano dietro la testa e le sussurrò all’orecchio <Lo faccio per il tuo bene> e aggiunse una breve formula, la ragazza si afflosciò addormentata tra le braccia della maga. Con l’aiuto di Thor, che stava osservando appassionatamente gli accadimenti e che un po’ era rimasto deluso, riuscì a trasportare la ragazza sotto coperta, nell’alloggio. Thor tornò poco dopo ai festeggiamenti, mentre Alany si stese sul suo giaciglio distrutta dalla giornata, nonostante non avesse fatto quasi alcun genere di sforzo. Prima di addormentarsi estrasse la tiara con la scaglia di drago dal suo bagaglio ed osservò al lume della lanterna a olio la superficie azzurra e lucida della lamina. Per qualche strano motivo aveva sperato che lì potesse trovare una risposta a quella domanda che aveva cominciato ad assillarla, una domanda che ancora non conosceva.

 

Il sonno calò rapido quando chiuse le palpebre e si rigirò nel suo giaciglio fino a trovare una posizione comoda. Era avvolta da un buio in qualche modo morbido ed accogliente, lo sciabordio delle onde sulla chiglia cullava la ragazza che per nulla al mondo avrebbe voluto abbandonare. Purtroppo per lei una voce la richiamò dal suo torpore, un sussurro disincarnato dal tono femmineo, la invitava ad aprire gli occhi ed ascoltarla. Alany dischiuse le palpebre lentamente per accorgersi che ciò che vedeva non era altro che buio, ma un buio diverso da prima: nell’oscurità scorgeva con la coda dell’occhio ombre in movimento, ma quando le sembrava di poterle interpretare in forme concrete si dissolvevano per ricomparire non appena voltava lo sguardo. Il senso di sicurezza svanì sostituito da una profonda inquietudine che pareva emanare dall’oscurità stessa. La voce le sussurrò ancora <Non spaventarti, non ti farò del male…> e di fronte alla ragazza prese forma lentamente una figura, dapprima una sagoma esile e slanciata e via via i particolari si facevano più chiari. Lunghi capelli rossi lisci scendevano dietro le spalle e lungo il volto mascherato di una giovane mezzelfa, le vesti che portava somigliavano a quelle di ordinanza indossate dai maghi, ma i ricami, le rune e i simboli erano sconosciuti ad Alany, la lunga veste rossa ricamata in oro e in nero con motivi simili a fiamme copriva i lineamenti del corpo della figura tranne sul petto e sui fianchi in cui sembrava studiata per lasciar immaginare cosa avrebbe potuto celarsi sotto la seta. Alle mani portava guanti, rossi anch’essi ed un mantello color ebano strisciato d’argento. <E’ da molto tempo che non ci vediamo Alanassori…> osservando lo sguardo interdetto della sua interlocutrice scrollò le spalle e aggiunse <Non ti ricordi di me? Eppure non ci siamo mai separate da quel giorno…>

Allungò la mano guantata e si tolse la maschera di madreperla priva di lineamenti, Alany quasi perse i sensi nel riconoscere i lineamenti di quella donna: era lei stessa, con gli occhi rossi accesi da una fiamma che ardeva subito dietro le pupille. Nel constatare che l’a maga l’aveva riconosciuta la donna continuò <Dal giorno della Prova, devo ringraziare i maghi di quella tua Accademia se ho acquisito una mia coscienza e te per avermi fatto sperimentare il mondo, ma… Perché mi hai rinchiusa in questa prigione?>

Alany non capiva, non sapeva cosa rispondere ed era spaventata, quella che era una stata una proiezione del suo lato oscuro, o almeno così l’avevano definita i suoi insegnanti, aveva preso vita e coscienza propria, oppure si trattava solo di un incubo, ma anche quella prospettiva non sembrava rassicurarla.

<Dimmi Alany, che cosa vedi in questo luogo?> mentre parlava fece un teatrale gesto con la mano indicando tutto quello che aveva attorno <Perché mi hai chiusa qui?>

La ragazza cominciò lentamente a capire <La Goccia…> sussurrò e tutto le parve più chiaro <Tu sei il Cristallo che porto al collo, vero?> La donna annuì accennando un sorriso. <Quindi questa è… La sacca in cui sei chiusa?>

<Non esattamente, è una rappresentazione, una metafora di come è la mia vita all’interno di quella prigione> la voce fino ad allora misurata parve incrinarsi <Quasi due anni chiusa qui…> una lacrima solcò il suo viso <Nessuno con cui parlare…> le fiamme nei suoi occhi si spensero <Nessun suono, nessuna luce…> le vesti da rosse si tinsero di nero fino a diventare del colore della notte <Solo lontani echi di quello che una volta era per me un mondo traboccante dell’energia vitale della magia…> si voltò verso Alany e si avvicinò fino a poche spanne da lei, gli occhi lucidi e ricolmi di tristezza <Io…> Non riuscì a terminare la frase perché si abbandonò ad un fragoroso pianto cingendo la maga ed affondando il volto nella sua spalla.

Dopo un primo istante di confusione Alany ricambiò calorosamente l’abbraccio accarezzando dolcemente i capelli della donna, la paura era evaporata lasciando spazio ad un sentimento di compassione e di empatia totale con quella figura. Una parola, proferita dalla figura piangente sciolse totalmente il cuore della maga, tra un singhiozzo e l’altro l’aveva chiamata <Madre…>.

Rimasero così per un tempo imprecisato, in quel luogo era difficile valutare quanto tempo fosse passato quando si sedettero in ginocchio l’una di fronte all’altra, la figura si era ripresa dalla sua crisi di pianto e ancora con gli occhi gonfi e arrossati sembrava molto più rilassata, le sue vesti rispecchiavano questo suo cambiamento d’animo, esse erano infatti ora in una tinta verde smeraldo e decorate con motivi floreali ricamati in blu e azzurro.

La prima a parlare fu Alany rammentando le circostanze che avevano decretato la condanna del suo amuleto <Mi dispiace di averti fatta soffrire, ma avevi preso il controllo del mio corpo e hai quasi ucciso quattro persone, dovevamo fare qualcosa…>

La donna chinò la testa guardandosi i piedi, imbarazzata <Stavo tentando di proteggerti e… Il potere della magia, è inebriante, non riuscivo a fermarmi, ne volevo ancora…>

Alany annuì, sapeva cosa voleva dire e probabilmente lei era ancora più sensibile essendo un’entità nata dalla magia e che da essa trovava il suo sostentamento. Sapeva che avrebbe potuto scatenare una furia senza confini se solo avesse voluto, ma in quella mezzelfa ora non vedeva altro che una creatura sola e smarrita, com’era lei i primi giorni all’accademia, probabilmente se avviata nella giusta direzione avrebbe potuto rivelarsi una potente alleata, anche se era rischioso, molto rischioso… <Non posso rischiare che accada ancora, non senza che tu mi garantisca che non accadrà>

La figura alzò lo sguardo di scatto, speranzosa in volto <Accetterò qualsiasi condizione, lo giuro, solo… fammi uscire, ti prego!>

“Sembra sincera” pensò Alany prima di comunicarle le condizioni della libertà <Non dovrai interferire con la magia e con le persone che ho attorno, non prenderai iniziative senza prima consultarmi e risponderai ai miei ordini: questo significa che quando attingo al tuo potere dovrai fare quello che dico e non prendere il controllo>

La figura annuì e in preda ad un accesso di gioia saltò addosso alla maga abbracciandola forte, ripetendo continuamente <Grazie…>

Riprendendo fiato, Alany si guardò ancora attorno e poi rivolto alla sua alterego <Come hai fatto a portarmi qui?>

La figura scrollò le spalle <Quell’onda di energia arcana ha disgregato per un attimo le pareti della mia prigione, lasciandomi la possibilità poter instaurare un collegamento con i tuoi sogni, ma solo per questa notte…>

Alany sospirò ed una possibilità le attraversò la mente <Saresti capace di indicarmi il punto di origine dell’onda?>

<Ovvio, non sarà per nulla difficile> la figura sorrise amichevolmente.

Guardandosi intorno per un attimo la maga chiese <…Come torno indietro?>

Lei rispose ammiccando <Chiudi gli occhi…>

Così Alany fece ed in poco tempo fu avvolta ancora dall’accogliente oscurità del sonno.

Quando si svegliò la mattina seguente si tastò il petto cercando l’astuccio che rinchiudeva la Goccia, lo prese tra le mani e slacciò le due fasce di cuoio che lo tenevano attorno al suo collo e chiudevano la pietra all’interno. Quando estrasse la catenina d’oro Alany provò un insolito senso di nostalgia, la Goccia da scura cominciò a sfavillare in un iridescente caleidoscopio di colori prima di prendere una tinta azzurro cielo. La maga si mise la catenina intorno al collo.

 

Lontano dalle tre navi che solcavano il mare alla volta di Glacia, sulle coste di quel continente una creatura simile ad un rettile solcava a sua volta i cieli sospinto da immense ali membranose color cobalto. Diretto verso una spaccatura nella roccia in una scogliera di quella terra inospitale, mancava poco al suo arrivo, ma purtroppo la creatura era convinta a ragione che fosse già tardi per evitare un potenziale disastro. Giunta a destinazione la creatura discese dal cielo in ampi cerchi fermandosi in una conca nascosta nell’alta scogliera. Da lì si apriva un’imponente caverna in cui anche una creatura della sua stazza avrebbe potuto muoversi senza troppi impedimenti, Si avventurò nella spelonca fiutando l’aria, contrasse il muso in un’espressione che per un umano si sarebbe tradotta in disgusto, nell’aria c’era odore di sangue, sangue di drago. La caverna era spaccata in due al centro da un profondo crepaccio e sul suo fondo echeggiava il tuono della risacca del mare ed in fondo l’oscurità era squarciata da bracieri ardenti di una magica fiamma azzurra senza calore, sebbene la temperatura fosse più alta che all’esterno uno strato di ghiaccio copriva la maggior parte della roccia foderandola con una coperta azzurra cristallina che talvolta scendeva in drappi sottili o saliva da terra in guglie aguzze. Il ghiaccio crepitava e si rompeva sotto le zampe coperte di scaglie del drago, la creatura avanzava addentrandosi nelle viscere di quel mondo di roccia e ghiaccio, sicura di quello che avrebbe trovato. In quel luogo dal secolo che seguì il Grande Scisma alcuni volontari della sua razza e degli elfi delle nubi vegliavano su una creatura dormiente, uno dei pochi superstiti della razza dei Naga, intelligenti rettili acquatici infusi di magia. Le razze dei draghi e degli elfi delle nubi avevano condotto una vera e propria guerra per conquistare le gallerie sotterranee e sommerse che si estendevano sotto la superficie di Glacia, dimora dei Naga. Molte di quelle creature esistevano ancora, rinchiuse e sorvegliate in tratti di caverne sommerse dove non avrebbero potuto nuocere a nessuno dei draghi e degli elfi né a corrompere lo studio arcano delle due razze. Quella caverna in particolare era la dimora di un Naga anziano, delle dimensioni di una nave e dotato dell’intelligenza subdola e crudele di un predatore affamato; ora quell’essere era fuggito verso il mare aperto e molto probabilmente avrebbe rappresentato un pericolo per le navi che trasportavano le chiavi per il futuro degli elfi delle Nubi. Il fondo della caverna si abbassava fino al livello del mare e si apriva in un’ampia stanza circolare coperta da una volta di roccia e ghiaccio, al centro di essa una stalattite cristallina incrinata, per terra sparpagliati sulle rive di una profonda pozza d’acqua di mare stavano i frammenti di ciò che sembrava una cupola di cristallo. Il ghiaccio delle pareti era macchiato del sangue viola-bluastro dei draghi della razza di quello che stava esplorando quelle profondità. Il drago alzò il capo ed inarcò il collo alla vista raccapricciante costituita dai corpi mutilati e dilaniati di elfi e membri della sua razza, evidentemente erano stati colti di sorpresa dalla furia sopita di quella creatura risvegliata dalla sua prigione di cristallo. Dalla bocca del drago uscì uno struggente lamento simile al soffio del vento tra le guglie di roccia di una catena montuosa, il lamento funebre della sua razza, il ghiaccio risuonava mandando un’eco di quel suono profondo e modulato. Offerto un momento di silenzio caduti ed indagato il luogo per avere migliori delucidazioni sull’accaduto, il drago ritornò sui suoi passi, nella sua mente la preoccupazione per il ragazzo e la ragazza che costituivano e custodivano la chiave di volta dell’intero piano del suo compagno sfumò sostituita dalla cieca sete di vendetta per i propri fratelli trucidati. Giunta all’uscita della caverna quasi inciampò contro un altro drago che era giunto in quel luogo. Questi, dalle forme più robuste e minacciose di lei, era un drago rosso, la sua specie sebbene imparentata con gli Azzurri viveva solitamente nei deserti di Auralia, lontano da ogni genere di contatto con le razze inferiori e umanoidi. Irascibili e molto più propensi ad abbandonarsi alle passioni piuttosto che produrre le riflessioni complesse e spesso assurdamente contorte dei loro cugini. Su Glacia esisteva una piccola comunità di questi draghi Rossi e abitavano le caverne vulcaniche del massiccio montuoso nell’entroterra del continente, essi avevano scelto di seguire gli Azzurri nello studio della magia rinnegando in parte lo stile di vita quasi selvaggio dei loro fratelli, avevano però sviluppato poteri magici unici nel loro genere votati talvolta alla furtività, ma molto più spesso ad un attacco diretto e devastante incentrato sul fuoco e sulla terra. Quel drago in particolare era un vecchio maschio, le sue scaglie rosso carminio avevano cominciato a scolorirsi sulle punte, i margini della ali erano consunti e non mancava di ostentare la sua aria di superiorità. Lo scontrarsi contro l’armatura pettorale di quell’essere riportò la draga azzurra alla realtà. Il Rosso manteneva il suo capo almeno un metro più in alto di quello dell’Azzurra e la osservò dall’alto per un po’ prima di abbassare riluttante il capo a terra in segno di reverenza. L’Azzurra conosceva quel drago, era un membro del piccolo gruppo di ricerca che aveva formato per valutare il piano del suo compagno, egli come lei e quella piccola minoranza erano convinti dell’importanza che aveva il giovane umano per la riuscita di quell’impresa e lui era stato incaricato di individuarlo e riferire i suoi spostamenti.

Il maschio parlò nella lingua dei draghi, un susseguirsi di sibili, schiocchi e suoni gutturali che ad un orecchio non allenato sarebbero sembrati solo suoni senza nessuna articolazione né senso.

<Vi stavo cercando, per quale motivo siete in questo luogo e non a prestare supporto al vostro compagno elfo?> la sorpresa era mista al malcelato disprezzo del fatto di doversi riferire così passivamente ad un Azzurro femmina.

Le palpebre del drago femmina si socchiusero minacciosamente <Anche se sei un drago anziano Acoristrasz non dimenticare chi comanda, il Naga è fuggito e ha massacrato i suoi carcerieri… TU piuttosto che ci fai qui?> fece tremare i muscoli facendo vibrare le scaglie che emisero un suono simile a quello di un serpente a sonagli.

Il Rosso scrollò la testa sul suo lungo collo mettendo in mostra le creste craniali, questo genere di dimostrazioni di autorità erano tipiche dei draghi, e rispose <L’ho trovato, non è nulla di che: è solo un umano con gli occhi di colore diverso. La sua maestra sembra essere il vero problema, in lei c’è qualcosa di diverso… Comunque ho marchiato quell’essere insignificante, quando sarà qui lo riconoscerai immediatamente>

Gli occhi dell’Azzurra scintillarono minacciosi a quell’ultima frase, se quell’essere non fosse stato una volta e mezza più grande di lei lo avrebbe aggredito e forse ucciso <Tu hai fatto COSA?!? Ti avevo detto di tenerlo d’occhio non di aggredirlo!>

Il drago scosse la testa <Quell’insetto, quella scimmia spelacchiata è la chiave del nostro futuro è difficile e doloroso da credere, non intendo intrattenermi con questi umani. Io te l’ho trovato e ho fatto in modo che tu possa riconoscerlo, il mio compito è terminato> stirò le ali e le ritrasse sulla schiena <Riferirò ciò che è accaduto qui, addio Saliackgossa> Congedatosi dispiegò le ali e prese il volo verso il regno degli elfi delle nubi.

Il drago azzurro a sua volta spiccò il volo verso il mare, dirigendosi a sud seguendo la flebile traccia di magia arcana lasciata dal Naga.




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